Cronache da Amman – Capitolo VI

GIUGNO

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Il ramadan è giunto al termine e con esso anche il mio primo semestre ad Amman nel 2017. Come ho raccontato negli ultimi mesi, gli alti e bassi sono stati parecchio alti e parecchio bassi. A furia di andare su e giù però, mi sento di aver fatto un gran bel movimento e considerato che il dinamismo è la mia grande priorità, direi che il bilancio semestrale è positivo. E poi a forza di lottare, con questi alti parecchio alti e bassi parecchio bassi, sono diventata una vera guerriera. Sono talmente guerriera che in un giugno di fuoco, ho fatto un trekking massacrante di due giorni, che in alcuni punti sembrava quasi un addestramento militare, ma mi è piaciuto così tanto che gli dedico questo post. Giugno è per te, Wadi Hasa.

Sono una persona “abbastanza sportiva”, ma non sono una di quegli ossessionati che se non ci-spacchiamo-la-schiena-e-frantumiamo-i-piedi-ogni-weekend, non sono contenti. Diciamo che sto anche bellamente a mio agio quando vado al Kempinski sul Mar Morto (dove ti danno lo champagne open-bar gratis a colazione) o quando vado per il weekend sul Mar Rosso, dove l’attività più stancante è trascinarsi dalla piscina alla SPA. Soprattutto se le suddette attività le faccio durante il ramadan e dunque non costano una mazza. Durante il ramadan gli hotel sono semivuoti, considerato che ai musulmani è vietato mangiare/bere e di conseguenza “divertirsi” durante il giorno. Le tariffe calano, anche di un terzo o un quarto il costo normale, e stranieri e cristiani locali si possono regalare questi fine settimana da sogno, nel periodo del grande digiuno del paese.

Parentesi ramadan al Kempinski a parte; non troppo spesso, ma anche a me ogni tanto piace dedicarmi ad un’attività fisicamente un po’ più impegnativa e stimolante. Così un paio di settimane fa, sono partita con un gruppo locale (che si chiama Experience Jordan e che consiglio caldamente: si tratta di un gruppo di ragazzi giordani fantastici, anche grandi amici, che organizzano attività eco-sostenibili nella natura e fuori dai sentieri solitamente battuti dai turisti in Giordania).

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Siamo partiti da Amman all’alba per raggiungere il punto di partenza del wadi (wadi in arabo significa “valle” ma più precisamente “letto di un torrente”, in cui scorre, o anticamente scorreva, un corso d’acqua stagionale). Il punto di partenza si trova a circa tre ore di auto da Amman, verso sud, in direzione Ma’an. Il wadi è lungo circa 25 km e si percorre in due giorni di cammino. In alcuni punti si passa attraverso il fiume, ma per la maggior parte del tempo, quando il livello dell’acqua è troppo alto, si costeggia il torrente, scalando rocce e attraversando una piccola foresta. Perciò il numero di chilometri effettivamente percorsi aumenta inevitabilmente e alla fine del secondo giorno il nostro conta-passi ne riportava più di 40 – fatti ovviamente trasportando uno zaino pesante come un macigno, nuotando, saltando, scalando e attraversando stretti passaggi di roccia. Il caldo durante il giorno era massacrante e camminare in acqua, che in alcune zone arriva fino al bacino, era la parte più dura, ma anche la più appagante.

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Verso le 18 siamo arrivati al punto dell’accampamento. Finalmente ci siamo lavati via il sudore nel fiume, e abbiamo messo a terra i nostri tappetini di yoga su cui avremmo dormito sotto le stelle, senza tenda e con una semplice coperta, godendo del clima che di notte è semplicemente perfetto.

IMG_2797Il mattino successivo, dopo una colazione a base di fave e pomodori cotti al fuoco, siamo ripartiti per percorrere la seconda metà del wadi.

IMG_2803.jpgAlle 17, stravolti, completamente bruciati, pieni di tagli, punture di ogni insetto possibile immaginabile, vesciche ai piedi, siamo arrivati alla fine del percorso e abbiamo ripreso il pulmino per Amman.

E’ stata un’esperienza indescrivibile. Io non sono un’amante del campeggio convenzionale (se lo scopo è dormire a terra “tanto per” e poi c’è un bagno a cinque stelle a due metri dalla tenda, francamente preferisco andare in hotel), ma proprio per questo motivo, accamparsi in mezzo al nulla, senza segnale telefonico, senza alcun tipo di infrastruttura e dove la “civiltà” più vicina è ad un giorno di cammino (in acqua!) è un’esperienza che non avevo ancora mai fatto e che mi è piaciuta da morire. L’avventura che più vi si era avvicinata la feci tanti anni fa, in una piccolissima isola della Nuova Caledonia, in mezzo all’Oceano Pacifico (era il periodo in cui vivevo in Nuova Zelanda, nel 2009). Anche lì eravamo in mezzo al nulla, in una specie di campeggio di proprietà di un kanak, che aveva un machete enorme nella cintura che non mollava mai. Lì, io e il mio piccolo gruppo di amici, eravamo gli unici ospiti. Anche in questo caso dormivamo nella natura, in una fitta foresta tropicale con sbocco sul mare, però avevamo una tenda e -seppur all’ingresso ci fosse la tana di un serpente enorme giallo- avevamo una sorta di bagno rudimentale e accesso all’acqua corrente (questa comunque è un’altra storia, ve la racconto la prossima volta).

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Nuova Caledonia, 2009

A Wadi Hasa per la prima volta ho sperimentato “il non avere niente”, ma il niente di niente, non il finto niente di Wadi Rum, degli accampamenti meravigliosi extra-lusso nella savana in Kenya, delle notti nella natura neozelandese (dove però basta fare una telefonata per ricevere i servizi più efficienti) e via dicendo. Il niente di niente: dormire a contatto con la terra, con l’unico rumore dello scorrere del fiume accanto (dissacrato un po’ dalle nostra urla e risate gracchianti, ma finite piuttosto presto tanto eravamo sfiniti), stesi sotto un soffitto di stelle, sostituite poco dopo da una luminosissima luna piena che ci ha permesso di non usare la torcia nemmeno una volta.

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E una notte di sonno così profondo non me la facevo veramente da un sacco di tempo.

 

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