Iran dolceamaro

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Teheran

L’Iran ha intenzione di triplicare il flusso di turisti nei prossimi dieci anni e tutto quello che si dice sulla difficoltà di ottenere un visto oggi -se siete viaggiatori comuni e non giornalisti/attivisti politici (e non avete un timbro di Israele)- è ormai leggenda metropolitana.

L’Iran agli occhi di un turista appare semplicemente perfetto: infrastrutture in buone condizioni, igiene al di sopra di molti paesi in Medio Oriente, sorrisi a destra e a manca e un continuo: “Welcome to Iran”. Basta però passeggiare nelle zone meno battute di Teheran, prendere la metro o salire su un taxi comune, che improvvisamente sembra di vivere in una scena del film “Taxi Teheran” e si ha una vista sullo spaccato sociale iraniano.

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Teheran

La nuova parola chiave è “200.000 rials”, circa 5 euro. “200.000 rials” è un po’ la formula magica che apre tutte le porte. È il primo prezzo che spara il taxi privato (darbast “a porte chiuse”) quando ti carica, sia che faccia un chilometro o che ne faccia dieci, e che poi va contrattato fino a scendere almeno ad un terzo; è il prezzo incondizionato per quasi ogni “attrazione turistica”, dalla moschea più maestosa di Isfahan, all’immensità eterna di Persepolis, alla più insignificante pietra -mal conservata- nel deserto; ed è anche la “sovrattassa turista scemo” che appare magicamente su ogni conto al ristorante nelle zone turistiche, se non si ricontrolla bene il menu prima di pagare, o non si conoscono i numeri indiani (ovvero quelli usati nell’alfabeto arabo). Il turismo di massa non è ancora arrivato in Iran, ma gli iraniani stanno imparando velocemente.

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Kashan

Per tutta la durata del viaggio, due settimane da nord a sud, attraverso le tappe fondamentali per chi viaggia per la prima volta in Iran (Teheran, Kashan, Isfahan, Yazd e Shiraz), su questi bus perfetti che scivolavano leggeri su strade altrettanto perfette, mi sono chiesta se non si cerchi di far passare un’immagine utopica del paese agli occhi della nuova ondata di turisti. Luoghi sacri, prima inaccessibili ai non musulmani, oggi sono aperti a tutti, ma si viene costantemente accompagnati da una guida locale e gratuita inviata dal Ministero degli Esteri che, con un inglese perfetto, racconta un Iran moderato e spiega che la sua presenza è dovuta al fatto che: “il santuario è troppo grande e potreste perdervi”. Quando parliamo invece con una guida privata, chiedendo cosa sia cambiato da quando le sanzioni sono state eliminate: “Sicuramente il turismo è aumentato e questo fa bene al paese, porta ricchezza; ma i proventi che vengono dall’eliminazione delle sanzioni sono usati per finanziare i conflitti in Siria e in Yemen e la gente comune non vede un soldo”.

Quando ero a Parigi, la mia amica iraniana Laleh (“tulipano”, in farsi) alla domanda da dove venisse, rispondeva sempre: “Je suis perse”, sono persiana. Una volta le chiesi come mai non dicesse semplicemente che era di Teheran; “altrimenti la gente pensa che sia araba!”. Tra arabi e persiani non corre buon sangue e una cosa che gli iraniani davvero non sopportano è l’essere confusi per  arabi: “Non ci piacciono gli arabi; sono grassi e fanno troppo rumore”, ci ha detto una guida ridacchiando, mentre passeggiavamo nel deserto del sud dell’Iran. Chiaramente questa insofferenza non proviene dagli stereotipi sugli arabi, ma da molto lontano, dall’invasione araba al regno persiano, alla più recente guerra con l’Iraq degli anni ’80, le cui immagini dei martiri sciiti popolano le strade di ogni singola città iraniana. Anche le due lingue sono molto diverse. Il farsi, che oltre all’Iran viene parlato in Afghanistan e uno suo dialetto in Tagikistan (dove l’Unione Sovietica impose però l’uso dell’alfabeto cirillico) ha sostanzialmente lo stesso alfabeto dell’arabo – fu introdotto durante la conquista e la conversione del regno persiano all’Islam, nel VII secolo d.C. – ma le lingue restano incomprensibili l’una con l’altra.

Rohani sembra godere di un grande appoggio, soprattutto tra i più moderati. Al potere dal 2013, il suo consenso popolare è rimasto solido alle elezioni di quest’anno, in cui è riuscito a portare quindici donne in Parlamento: un caso storico dalla rivoluzione islamica del 1979. “In molti lo apprezziamo, è un uomo di ampie vedute e sta facendo un gran bene al paese, ma ha troppi nemici nelle alte sfere e non riesce a portare a termine gli obiettivi che si era posto”, ci dicono.

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Murales attorno alla ex ambasciata americana a Teheran, dove ci fu la famosa “crisi degli ostaggi” nel 1979

Per legge tutte le donne devono portare l’hijab e avere vestiti che coprano braccia e gambe e non mettano in risalto la figura femminile. Nelle grandi città si sente però una nuova leggerezza, le donne si ribellano –a loro modo- a queste imposizioni e i veli diventano sempre più colorati, leggeri e lievemente appoggiati sul capo. E la polizia religiosa, la Basij, di cui tanto si sentiva parlare sotto Ahmadinejad, che fine ha fatto? A quanto pare continua a fare il suo dovere, con un impiego di settemila nuovi agenti quest’anno, addetti al controllo della gente comune e di una condotta consona alle leggi islamiche. La polizia religiosa è una forza paramilitare che affianca la polizia vera e propria, muovendosi in incognito; fu fondata per ordine dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini nel novembre del 1979. A Teheran e nelle grandi città esiste un’app per smartphone, molto in voga tra i giovani, che aiuta ad individuare la polizia religiosa ed evitarla. La Basij ignora i turisti ed è per questo che chi viaggia in Iran non ne sente assolutamente la presenza.

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Yazd

La cosa che mi ha colpito durante questo viaggio è stata proprio la sensazione di attraversare un paese utopico, non reale. Se non si cerca di uscire dagli schemi, di parlare con la gente, si riescono ad ignorare completamente tutti i drammi che sconvolgono questo paese. L’Iran è il secondo paese al mondo per numero di esecuzioni (solo nel 2015 ci sono state 1000 condanne) e la pena di morte è prevista anche per reati come “atti ostili verso Dio”, “corruzione sulla terra”, “oltraggio al Profeta” e rapporti omosessuali ed extra-matrimoniali. La condanna a morte avviene spesso per impiccagione in pubblica piazza. Libertà di espressione, associazione e riunione sono oggetto di restrizioni illegali e arbitrarie. Amnesty International continua a chiedere la scarcerazione di decine di avvocati e giornalisti, detenuti illegalmente. Esiste una costante discriminazione verso le donne e le minoranze. A Shiraz abbiamo visto un gruppo di detenuti uscire dal Palazzo di Giustizia. Erano in fila, incatenati a mani e piedi, tenendosi per mano, accompagnati dalla polizia e seguiti da un giudice. Avrei voluto fare una foto, ma prima di partire mi è stato caldamente sconsigliato di mostrare attenzione verso obiettivi “sensibili” per non rischiare un interrogatorio, sicuramente poco piacevole, da parte della polizia. Che reato avrà commesso questa gente? Sarà ancora viva e in che condizioni?

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Shiraz, la tomba del poeta Hafez

Sull’ennesimo autobus mi sono chiesta che cosa ne sia dell’immagine dell’Iran con cui sono cresciuta, delle proteste del movimento verde del 2009. Penso a Zahra’s Paradise, penso alle testimonianze di tutte le donne bruciate con l’acido, penso al divieto di ballare in pubblico e alle frustate a quei giovani che ci hanno provato due anni fa, penso alla storia di Afshin Ghaffarian (riportata in uno dei miei film preferiti, the Desert Dancer). Dove sarà ora questa gente? Dove sono le centinaia di madri dei ragazzi scomparsi nel nulla dopo una semplice protesta? Le cose stanno davvero cambiando in Iran? La frustrazione di non riuscire ad avere un’immagine profonda del paese mi accompagna per tutto il tempo.

La gente comune è curiosa e calorosa. Siamo stati invitati più di una volta a casa dei passanti per un thè e qualche sorriso, anche se non parlavamo una lingua comune. Ma è andata sempre bene e ci siamo sentiti accolti come a casa nostra. Tanti ci hanno fermato a caso per strada per chiederci se avessimo bisogno di aiuto, se ci servisse qualcosa, se stessimo bene. La gente, soprattutto nelle grandi città, ha una gran voglia di conoscere gli stranieri, di parlare, di farsi un selfie. Dopo trent’anni di sanzioni e isolamento internazionale, la popolazione è stufa e la loro stanchezza si sente nell’aria. Basta invece spostarsi in paesi più piccoli per ritrovare quel controllo sociale tipico di un regime religioso. Passeggiando fuori Yazd, il cuore zoroastriano dell’Iran, c’erano 35 gradi e avevo sistemato il velo a mo’ di turbante africano, con il collo un po’ scoperto. La mia soddisfazione per essere stata così ingegnosa è durata appena cinque minuti: un signore anziano ha iniziato ad urlarmi contro e l’ho dovuto rimettere a posto.

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All’aeroporto di Shiraz, in partenza per Istanbul, ho iniziato a parlare con la mia vicina. Era una signora di circa ottant’anni che fuggì dall’Iran alla deposizione dello scià, nel 1979. Non poteva sopportare la rivoluzione islamica e chiese asilo politico negli Stati Uniti. Mentre la sentivo raccontare la sua storia, scene di Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi, mi scorrevano veloci davanti agli occhi. “Sono fuggita perché non potevo vivere in questo paese dopo la rivoluzione islamica. Non potevo accettare il velo, tutte le restrizioni; volevo la mia libertà! Per tanti anni non sono tornata. Ora però vengo qui ogni anno. Sono vecchia e sto costruendo una casa nel villaggio di mio padre. Voglio morire lì, perché in fondo, quella è la mia casa”. Nonostante i quasi quarant’anni negli Stati Uniti, il suo inglese era stentato, tipico di chi ha dovuto imparare una nuova lingua da adulto. “Gli iraniani hanno tante qualità, ma non riescono  a rimettere a posto questo paese. Le cose funzionano solo in apparenza, ma basta scavare per capire che nulla funziona e che la gente non ha il potere di cambiare niente. Tornare a casa è bellissimo, indescrivibile, ma è anche un po’ così, bittersweet”. Dolceamaro, questa è anche la sensazione che ho provato io durante il viaggio e che, dopo tanti giorni di riflessioni, quella donna è riuscita a riassumere in una sola parola. La dolcezza di un luogo affascinante, dalla gente eccezionale, ma anche l’amarezza di un paese maledetto, forse destinato a rimanere tale; e il sapore che mi ha lasciato alla partenza è stato anche per me un po’ così, bittersweet.

Per vedere le foto, clicca qui.

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Teheran
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Shiraz

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Yazd

8 thoughts on “Iran dolceamaro

  1. Che bel racconto. Davvero interessante e illuminante su un paese di cui pochissimo si conosce. Vado a vedere le foto! Ma avrei già adesso voglia di partire. Una domanda: si può girare da soli o è necessario affidarsi a una guida locale?
    Grazie buona serata

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  2. Ale, bellissimo post.
    Ha provocato due reazioni immediate: girarlo a una mia amica di origine iraniana (fra i suoi racconti e il tuo ci sono molte similitudini che mi hanno fatta sorridere) e guardare i voli per il prossimo aprile (;
    Ho appunto già letto anche i tuoi tips e se mai dovessi andare ne farò tesoro.
    Purtroppo la condanna a morte degli omosessuali, problema di cui già ero a conoscenza, ancora mi frena molto sulla decisione di visitare l’Iran. Mi sembra l’unica forma di protesta che ho a disposizione ed è dura scendere a compromessi.
    Intanto grazie e complimenti, continua così!

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  3. Grazie per questo reportage, Alessandra, e per la tua sensibilità e occhio critico nel scriverlo.
    È difficile accedere ai retroscena di un Paese quando, dall’alto, c’è la volontà di far sembrare tutto più rosa di quello che è.

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