Bruxelles

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aprile 2016

Io e Bruxelles non siamo mai andate d’accordo. Dal giorno in cui sono arrivata, nel settembre (che sembrava piuttosto novembre) di due anni e mezzo fa, ho sempre voluto fuggire. Adoravo il mio ufficio e i miei colleghi, ma ogni volta che uscivo, facevo il tragitto da rue de la Loi, nel cuore del quartiere europeo, fino a casa, camminando sotto il cielo grigio, (tendenzialmente fradicia e congelata), dentro di me pensavo che non c’era proprio motivo di rimanere lì.

Chiaramente, come tutti, apprezzavo il bello di Bruxelles: la birra buona, i localini, i mercati, Sainte Catherine, Chatelain e Saint Gilles, e via dicendo, ma per me non era abbastanza. Io volevo di più e non potevo fare a meno di paragonare Bruxelles a luoghi più affascinanti in cui avevo vissuto fino ad allora: belli come Parigi, avventurosi come Wellington, intensi e dannati come Lima. Bruxelles per me era un continuo paragone e non raggiungeva nemmeno lontanamente gli standard per essere chiamata casa.

Un po’ sarà stato il tempo schifoso, un po’ la mancanza di una cultura locale forte in cui integrarsi, un po’ il vivere in un’infinita bolla andirivieni di expat, che ti classificano in base al CV e non a quello che hai da dire, pronti a non guardare in faccia a nessuno per scalare il vertice della propria carriera; sinceramente non ho mai capito davvero cosa non andasse, ma non ho mai neanche fatto troppi sforzi per scoprirlo: appena ho avuto la possibilità di fuggire, sei mesi dopo, non me lo sono fatto ripetere due volte. Ho fatto le valigie e sono partita per un viaggio in India, per poi trasferirmi ad Amman e “adios Bruxelles”.

Gli ultimi anni li ho passati in Medio Oriente e in Asia (dopo la Giordania mi sono trasferita in Laos) e sono tornata a Bruxelles solo due anni dopo per il progetto finanziato dalla Commissione Europea a cui sto lavorando ora in Francia.

Tornare spesso a Bruxelles in questi mesi mi ha fatto sentire strana; come tornare da una madre che hai odiato e insultato durante tutta un’adolescenza ribelle, in cui ogni luogo ti sembrava più divertente, interessante e meritevole del tuo tempo, di casa tua. E lei, proprio come una madre paziente, è stata lì a prendersi i tuoi insulti, senza offendersi per il fatto tu non l’abbia mai apprezzata, che abbia sempre preferito essere altrove, che l’abbia snobbata, ricordandole ogni giorno quanto fosse fredda, sbagliata e inadeguata e quanto non ne abbia mai azzeccata una con te. Lei, come una madre paziente, sorride al tuo ritorno, ti accoglie a braccia aperte e ti prepara il suo piatto migliore. Non finge che non sia successo nulla, ma non le importa; sa che non eri felice e che volevi di più, ma in maniera incondizionata gioisce nel rivederti. E proprio come quando cresci e torni a casa, un po’ più matura, e apprezzi gli odori familiari, ti riempi gli occhi di immagini che conosci a memoria, ma che ti fanno sentire al sicuro; proprio così quando torni a Bruxelles, lei si mette a nuovo per te, cerca di farsi vedere nelle sue vesti migliori, con il sorriso -nonostante i momenti difficili che ha attraversato mentre non c’eri- perché così, chissà, magari questa volta ti piacerà.

Allora è difficile far capire agli altri cosa ci sia a Bruxelles che ci tiene legati ad essa per sempre, nonostante sia disorganizzata, incasinata e senza una vera identità, perché non lo sappiamo nemmeno noi. Sappiamo solo che, nonostante tutto, lei sarà sempre pronta a mettercela davvero tutta per farci sentire a casa.

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“Not in my name”, metro Maelbeek (aprile 2016)

5 thoughts on “Bruxelles

  1. Anche a me Bruxelles è rimasta nel cuore, nonostante mi abbia accolta con il gelo di Gennaio, le strade piene di ghiaccio e lo sporco dell’appartamento che condividevo con altre cinque persone. Ancora adesso, a distanza di anni, ricordo quei sei mesi con grande gioia e con la certezza che per apprezzarla così forse era necessario andar via.

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  2. Care Alessandra e Sandra (Ma Ciao Sandra!) come non darvi torto! A Bruxelles ci ho vissuto per 7 anni e mezzo e devo dire che non é stato proprio amore a prima vista. Il clima é sempre stato per me un forte deterrente, da grande metereopatica quale sono. Il mondo che gira intorno alle Istituzioni poi, non parliamone, il solo termine ‘networking’ mi da l’orticaria. Poi ci sono il traffico isterico, gli scioperi selvaggi, la sporcizia delle strade, la puzzolentissima usanza di fare pipi’ per strada (d’altronde cosa ci si puo’ aspettare da una città il cui simbolo é l’adorabile e paffutello mannekenpis? 🙂 ) e chi più ne ha più ne metta. A primo acchito Bruxelles appare come una città con scarso senso identitario, ma é proprio qui che ci si sbaglia. La vera Bruxelles si svela solo se si ha la pazienza e la curiosità di conoscere quel mondo parallelo che si nasconde proprio sotto quel pesante strato ‘expat’. Si scopre cosi’ un ventaglio variopinto di colori, sapori, profumi, musiche, emozioni che sono quasi introvabili in tante altre capitali. Io sono convinta che ogni persona al mondo possa trovare il suo angolo di paradiso a Bruxelles, grazie alla sua apertura e al suo formidabile associazionismo: dal club degli scacchi russi, a quello della japanese pottery, a quello della navigazione maori, agli amanti dei viaggi in bicicletta, della capoeira, della pizza napoletana, della cucina congolese e dell’uncinetto peruviano. Questo perché Bruxelles é accessibile, lo Stato belga favorisce il sorgere di migliaia di associazioni e iniziative culturali. Impossibile annoiarsi. Ce n’é per tutti i gusti, per tutte le tasche, per famiglie, per single incalliti e chi più ne ha più ne metta 🙂 Non mi mancano gli ingorghi, le difficoltà per trovare un asilo a mio figlio, le peripezie burocratiche per ottenere qualsiasi tipo di documento, l’intasamento cronico dei servizi…pero’ Bruxelles é la città che mi ha dato di più, un bel percorso di studi, un lavoro fantastico, una bella casa, un marito e persino un figlio! Il mio angolo di paradiso ❤

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