Myanmar e i Rohingya

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Foto: NY Times

Al mio arrivo in Birmania mi aspettavo di trovare un dibattito sulla questione, o quantomeno che nell’aria si sentisse l’esistenza del problema: in fondo proprio pochi giorni prima della mia partenza c’era stata l’ennesima strage contro questa minoranza. A Yangon ho notato subito il gran fermento politico che un anno dopo avrebbe finalmente portato alla vittoria della leader birmana, le cui foto e quelle di suo padre, il general Aung San, erano sparse in tutto il paese (dieci anni prima sarebbe stato impensabile). Si sentiva il profumo del cambiamento, ma della questione dei Rohingya… nulla, nemmeno l’ombra. Non era più possibile mantenere il sacro silenzio su San Suu Kyi, ma si riusciva a farlo sulle altre questioni, come le politiche discriminatorie contro le minoranze. E un anno dopo, nonostante i cambiamenti storici a cui abbiamo assistito lo scorso novembre, la situazione non sembra cambiata.

La Birmania è un paese che ospita almeno cento diversi gruppi etnici e molte di queste minoranze hanno dichiarato di subire gravi forme di discriminazione, come ad esempio i Kayan, noti per le loro “donne giraffa”, che oggi sono emigrati in Thailandia, o vivono confinati in campi profughi.

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Foto dal mio viaggio in Birmania, 2014

In Birmania ci sono anche delle minoranze musulmane, tra cui i Rohingya, divisi tra coloro che vivono nello stato di Rakhine da generazioni e coloro, dello stesso gruppo etnico, che sono arrivati più di recente dal confinante Bangladesh. Dal 1982 è comunque a tutti negata la cittadinanza, cosa che li rende apolidi. Secondo numerose organizzazioni promotrici di diritti umani, tra cui Human Rights Watch e International State Crime Initiative (ISCI), il governo birmano starebbe attuando un vero e proprio piano di distruzione dell’etnia rohingya: ci sono prove di seri abusi dei diritti umani nei loro confronti, tra cui stragi e policy di apartheid (i Rohingya ad esempio non possono prendere i mezzi pubblici) che hanno costretto molti a emigrare e hanno confinato i rimanenti in campi profughi, in condizioni pietose, senza cibo e accesso a istituzioni sanitarie (nemmeno in casi di emergenza).

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Foto: Wessex Scene

L’università di Yale sta seguendo il caso assieme ad altre organizzazioni, sostenendo che il piano governativo contro i Rohingya abbia effettivamente l’obiettivo di attuare un vero e proprio genocidio. Secondo la Convenzione di Ginevra  del 1948, un genocidio è riconosciuto come tale se uno o più dei seguenti atti -uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro- è stato commesso con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale.

Secondo il gruppo di studio, per quanto riguarda il caso dei Rohingya, sono molti gli atti che possono rientrare nella definizione di genocidio, tra cui: il massacro perpetrato dalle forze dell’ordine nel 2012, squadre della morte e sommosse organizzate dallo stato, condizioni intollerabili nei campi profughiarresti di massa, torture e violenze sessuali da parte delle forze dell’ordine. Inoltre le politiche pubbliche discriminatorie che limitano la possibilità dei Rohingya di sposarsi e li costringono al controllo delle nascite hanno il chiaro obiettivo di ridurne la popolazione.

Sempre secondo il gruppo di studio, i Rohingya possono identificarsi come gruppo etnico e religioso distinto dalla maggioranza della popolazione. Il governo birmano ha sempre negato l’esistenza del gruppo come tale, classificando i Rohingya come Bengalesi, o semplicemente immigrati illegali. Nonostante ci sia stato un recente flusso di immigrazione dal Bangladesh, i Rohingya vivono nello stato di Rakhine dal diciottesimo secolo e chiaramente sono un gruppo etnico distinto, con un’identità culturale, storica e linguistica separata dalla maggioranza della popolazione che sarebbe sufficiente ad identificarli come gruppo etnico secondo la Convenzione di Ginevra.

Anche il requisito dell’intenzione di distruggere sembra essere presente: le dichiarazione pubbliche e le leggi discriminatorie potrebbero essere sufficienti a dimostrare l’intento deliberato dal parte del governo birmano di commettere un genocidio. Chiaramente senza un’investigazione formale e approfondita, queste restano soltanto ipotesi.

La questione dei Rohingya sembra dimenticata da tutti; appare di rado nelle news (soprattutto in Europa) e per il momento non sembrano esserci soluzioni, a meno che la comunità internazionale non decida di farsi seriamente carico della questione, ad esempio creando una Commissione d’Inchiesta attraverso l’ONU. Se davvero si trattasse di genocidio, la Corte Penale Internazionale potrebbe intervenire, ma servirebbe comunque un intervento dell’ONU, dato che la Corte ha giurisdizione solo in determinati casi. Il Myanmar non è parte dello Statuto di Roma, né ha accettato la giurisdizione della Corte, perciò l’unico modo possibile sarebbe attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (come successe con la Libia), dove però la Cina – secondo gli esperti- potrebbe far valere il suo potere di veto, avendo forte interesse a mantenere rapporti pacifici con Yangon.

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Foto: Telegraph

Al Jazeera riporta in un documentario la strumentalizzazione dei monaci buddisti, un tempo forti oppositori (basti pensare alla rivoluzione Zafferano del 2007 e alle proteste dei monaci contro il regime militare) che oggi invece, attraverso il Ma ba tha, appoggiano il regime e la propaganda anti-Rohingya.

Le elezioni dell’8 novembre e la vittoria senza precedenti dell’opposizione hanno portato una ventata di novità. In molti hanno criticato il fatto che Aung San Suu Kyi, che da decenni si fa paladina della giustizia e si batte per i diritti umani in Birmania e che per me rappresenta un vero esempio di vita da quando ero piccola (a cui ho addirittura dedicato la nascita di questo blog), nei giorni successivi alle elezioni abbia affermato che i Rohingya non sono una priorità per la Birmania. Secondo le critiche, il suo silenzio era comprensibile prima delle elezioni -la maggioranza della popolazione ha un vero e proprio senso di intolleranza verso i Rohingya (ad esempio, la parola per “musulmano” in birmano ha lo stesso significato di “sporco” e “puzzolente”) e i militari possiedono ancora il 25% dei seggi in Parlamento e che San Suu Kyi non può diventare Presidente per legge costituzionale (a meno che quest’ultima non venga emendata, cosa che sembra poco probabile)- ma è oggi inaccettabile. Molti si aspettavano che lei prendesse in mano la situazione una volta vinte le elezioni.

La storia ci dirà come saranno andate le cose, ma -come riportano le fonti di cui sopra- nel frattempo migliaia di persone sono costrette a emigrare o a vivere in condizioni pietose, senza diritti e in uno stato di apartheid, solo per appartenere ad un’etnia diversa dalla maggioranza della popolazione; e nessuno sembra davvero interessato ad agire.

Per leggere “Myanmar, consigli di viaggio” clicca qui

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Foto: CNN

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