Radici nomadi e racconti filippini

24454093172_34fa0cb6fa_o
Banaue, nord delle Filippine

Credo che il mio vagabondare sia dovuto ad un fattore genetico.

I miei genitori sono un po’ apolidi, soprattutto mio padre: quando lo cerchi perché hai bisogno di lui, non sai mai se lo troverai a Calcutta, Hong Kong, Mosca o Hanoi (o se lo troverai proprio). Mio fratello, dopo altrettanto vagare, è finito negli Stati Uniti e io sono qui (non so bene dove nemmeno io stessa), alla continua ricerca del mio posto nel mondo. Le distanze hanno un valore del tutto relativo per la mia famiglia: “Domani veniamo a trovarti”, mi dissero un giorno, quando ero in Nuova Zelanda.

Il mio bisnonno partì giovanissimo per l’Argentina dove rimase per una vita. Lì imparò l’arte del fotografo, con quelle macchine enormi e scoppiettanti che si vedono nei film, e quando tornò decise di aprire uno studio fotografico. Anche perché, dai racconti dei miei, sarebbe stato difficile trovare un lavoro diverso, magari nella pubblica amministrazione: il suo italiano era diventato una specie di buffo dialetto spagnolo che non riuscì mai togliersi di dosso.

Credo che mio padre abbia preso da suo zio: nel dopo guerra partì per lavorare in Norvegia, dopo varie peripezie si trasferì in Africa e lì conobbe una bella signora californiana che sarebbe diventata sua moglie e l’avrebbe portato con sé a Los Angeles (che a quel tempo suonava un po’ come Marte). I loro figli avrebbero seguito le stesse orme e così uno di loro si stabilì a Manila, mettendo su famiglia e facendo dell’Asia, come altri nella nostra famiglia, la sua casa.

24475543371_588b2308dd_o.jpg
El Nido, Palawan

Questo intreccio di storie è il motivo per cui, lo scorso maggio, sono finita nelle Filippine. Questo paese, composto da 7107 isole, è un luogo particolare. Io avevo passato in Laos i sette mesi precedenti e devo ammettere che all’arrivo ero un po’ disorientata: Manila sembra una strana città sospesa nel tempo in qualche luogo non identificato dell’America Latina. Mio zio mi raccontava che quando era giovane e viveva ancora a Los Angeles con la famiglia, ogni domenica vedeva un gruppo di messicani che cantavano all’aperto nel suo quartiere. Erano dei messicani un po’ strani, mi diceva. Solo anni dopo, trasferendosi a Manila, si rese conto che quei messicani in effetti non erano messicani, ma filippini.

23936132873_c3e27ff2ef_o.jpg
Manila

Le Filippine sono state per secoli dominate dagli spagnoli, ma l’influsso culturale latino-americano è dovuto al fatto che le reti del commercio dell’impero spagnolo, che si estendevano sull’Atlantico e sul Pacifico, collegavano l’Asia orientale e il Messico, passando per le Filippine. Non solo, il Conquistador Miguel López de Legazpi arrivò per la prima volta sull’isola filippina di Cebu, partendo proprio dalla Nuova Spagna (il Messico). Perciò, pur essendo sotto dominazione spagnola, assieme alle navi e alle merci, iniziarono a sbarcare anche i cibi tipici, la musica e i costumi dell’America Latina. Verso la fine dell’Ottocento, l’area passò agli Stati Uniti e la cultura latina si fuse con quella americana. Solo nel 1946, finita la Seconda Guerra Mondiale e dopo un periodo di dura occupazione giapponese, le Filippine divennero indipendenti. Questa mescolanza di civiltà ha generato una cultura variegata ed estremamente interessante.

23931502113_09f528788b_o.jpg
Manila, allenamento di galli da combattimento

Anche il periodo della dittatura del Ferdinand Marcos  (al potere dal 1965 al 1986) ricorda piuttosto i regimi del Sud America: ventun’anni di regime, caratterizzati da guerriglie fratricide contro i componenti del Pkp (Partito comunista filippino), accentramento e spartizione delle ricchezze del paese all’interno dell’èlite di fiducia del dittatore.

Oggi le Filippine sono il risultato, sorprendente, di questa storia. Perciò da un lato il paesaggio è quello dell’Asia, ma dall’altro i piatti hanno nomi spagnoli, la musica ricorda ritmi latini, ci sono chiese ad ogni angolo della strada (che in Asia fa un certo effetto) e l’atmosfera è quella di un paese che non ha nulla a che vedere con i suoi vicini.

I filippini sono un popolo fortemente religioso e anche in  questo ricordano il folklore cattolico dell’America Latina: una commistione di culto classico e di elementi sopravvissuti alle religioni indigene precedenti, in cui enorme importanza viene data a quei fattori superstiziosi e quasi “magici” della religione. Non solo, come in America Latina, e probilmente in parte dovuto al Requerimiento imperialista spagnolo, il cattolicesimo si caratterizza per i suoi aspetti di rituale del “pentimento”. Farsi del male per espiare i propri peccati è una pratica che risale a molti secoli fa (basti pensare alla diffusione del cilicio anche da noi) ma che in Europa è ormai praticamente scomparsa. Nelle Filippine ci sono ancora casi estremi di utilizzo del dolore per espiare i propri peccati, ma anche come rituale propiziatorio. Durante la settimana santa, dozzine di persone si fanno flagellare e, con tanto di chiodi a mani e piedi, si fanno crocifiggere (letteralmente) in onore a Gesù. Non voglio dilungarmi sulla questione, ma se siete interessati, vi consiglio questo articolo di Vice sull’argomento e questo video (un po’ forte, sconsigliato a chi ha lo stomaco debole).

Questo è stato il mio itinerario:

Filippine

Dopo aver passato un paio di giorni a Manila, sono partita (in aereo) per l’isola di Palawan, verso il parco naturale di “El Nido”, uno dei luoghi più belli del pianeta. La sua fama ancora relativa non è proporzionale allo splendore di questo paradiso naturale: sconosciuto al turismo di massa, l’arcipelago composto da circa 45 isole e isolette, un tempo villaggio di pescatori, è immerso nel silenzio e circondato da 11.000 km di barriera corallina. Il contrasto tra la scura roccia calcarea dei promontori (che ricorda un po’ la zona di Krabi e Koh Phi Phi in Thailandia) e il colore verde smeraldo dell’acqua è uno spettacolo che lascia a bocca aperta.

23929915674_4693e02bfb_o.jpg24262606200_05384e134e_o.jpg

Una volta tornata a Manila, sono partita verso il nord (questa volta in minibus), per passare alcuni giorni sui terrazzamenti di risaie di Banaue (parte dei Terrazzamenti della Cordillera filippina), nella provincia Ifugao. Patromonio UNESCO, le risaie terrazzate di Batad, Bangaan, Mayoyao, Hungduan and Nagacadan sono considerate da molti l’ottava meraviglia del mondo.

24453775102_597728c06e_o.jpg
Questo paesaggio mozzafiato ha ben 2000 anni ed è composto da un sistema complesso di terrazzamenti, scavati e costruiti dagli indigeni e rinnovati negli anni, dove un sistema idrico (costruito manualmente) provvede all’irrigazione delle risaie. L’area è popolata da indigeni con i quali è facile interagire. La cultura Igorot, gli antichi “cacciatori di teste” che fino a qualche decennio fa tagliavano la testa al proprio nemico sconfitto, è un’altra interessante tessera nel variegato mosaico dei gruppi etnici e delle tradizioni delle Filippine.

24536296156_ce43cf7836_o.jpg

Dopo qualche giorno sono ripartita per Sagada, nella Mountain Province (a un paio d’ore da Banaue). Sagada è una piccola e accogliente cittadina in cui fare trekking ed esplorare grotte, ma soprattutto vedere i cosiddetti “hanging coffins” (letteralmente “bare appese”). Si tratta di una straordinaria tradizione funeraria ancora in uso. La pratica consente di proteggere i defunti dalle inondazioni e dagli animali e secondo le credenze Igorot consente un più facile passaggio all’aldilà. Tra gli Igorot della Echo Valley, gli abitanti anziani si preparano attivamente alla morte costruendo la propria bara, quando sono fisicamente in grado di farlo, altrimenti aiutati dai familiari. Si tratta di un rituale unico al mondo.

24194979909_775321e482_o.jpg

In seguito sono tornata a Manila per passare gli ultimi giorni con mio zio e la sua famiglia (e fare una capatina all’Asian Development Bank che ha sede a Manila) e insieme abbiamo visitato Tagaytay. Dall’alto si può godere di una vista mozzafiato del Taal: un vulcano all’interno di un altro vulcano, con un lago dentro ad un lago!

24480469561_e156f5b292_o.jpg

Questa è stata la tappa finale del mio viaggio e dopo qualche ultimo giro in Jeepney sono ripartita. Le Jeepney sono il mezzo pubblico più diffuso (e colorato) nelle Filippine; nacquero utilizzando jeep militari abbandonate dagli americani dopo la seconda guerra mondiale, trasformandole in “piccoli autobus”. Da quel momento sono diventate una vera caratteristica filippina.

24562724045_a3a142a020_o.jpg

Io purtroppo sono stata solo due settimane, che bastano a malapena per farsi un’idea di quanto ci sia da vedere nelle Filippine: l’ennesimo paese che ho dovuto aggiungere alla lista “luoghi in cui tornare al più presto”.

Per vedere la galleria di foto, clicca qui.

23931254163_01de53c8b1_o23934763473_810a359d6c_o24194574149_e07904eeba_o24194779489_defd62292c_o24535957606_d6b2ea538b_o24536493396_5591c8beba_o24558395355_b2bb909268_o

2 thoughts on “Radici nomadi e racconti filippini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...