Isole Andamane, l’India che non ti aspetti

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Dopo la notizia della morte dell’ultimo membro della tribù dei Bo e dunque della definitiva scomparsa della stessa, mi è venuta voglia di raccontare il mio viaggio sulle isole Andamane di un paio di anni fa, ma soprattutto di porre l’attenzione sul fatto che le tribù indigene di queste isole stanno lentamente scomparendo, ignorate dalla comunità internazionale.

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Le isole Andamane, politicamente indiane, si trovano geograficamente vicine al sud est Asiatico. Arrivarci è già una piccola impresa: essendoci solo voli interni, bisogna partire necessariamente dall’India, anche se avrebbe più senso raggiungerle dalla Birmania o dalla Thailandia. I voli, se non ricordo male, partono solo da Calcutta e Chennai in direzione Port Blair, la città principale dell’arcipelago. Da lì si prende un traghetto piuttosto precario per raggiungere le varie isole, che impiega dalle 4 a +infinito ore di viaggio. Calcutta è la città più sensata da cui partire, perché la più vicina, ma nel mio caso, essendoci già stata in passato, ho deciso di visitare un po’ il Tamil Nadu, nell’India del sud, e partire quindi da Chennai.

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Le Andamane sono composte da quasi 600 isole, di cui circa 26 sono abitate e più o meno 5 accessibili ai turisti. Io ho deciso di fare base sull’isola di Havelock. L’arcipelago è meta soprattutto di turismo indiano e durante il mio viaggio ho incontrato un numero esiguo di stranieri. Visitarle è un’esperienza unica; difficile spiegare quanto siano “singolari”, ma bisogna immaginare alcuni degli scenari tipici indiani, le donne in Sari, i colori dei mercati, gli odori pungenti e trasportarli in un paradiso vergine. Questo contrasto, soprattutto legato alle immagini di un’India a cui io personalmente ero abituata, mi ha davvero lasciato a bocca aperta.

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Nonostante Havelock sia l’isola più visitata, non ci sono ancora strutture turistiche ben attrezzate, ma solamente alloggi “essenziali”, tuttavia sufficienti di fronte a queste lunghe spiagge di acqua trasparente e cristallina, palme, alberi tropicali e un paesaggio verde mozzafiato.

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Le mie giornate scorrevano passeggiando a piedi per i mercati o girando l’isola a dorso d’elefante o in tuk tuk (in tutta la mia permanenza ho visto solo una decina macchine su tutta l’isola), nuotando in questo mare meraviglioso e divorando pesce e aragoste fresche per una manciata di rupie.

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La spiaggia che non va assolutamente persa è Radhanagar, la più bella dell’Asia secondo il Time Magazine: una lunghissima lingua di sabbia bianca e acqua trasparente, a pochi metri da una giungla verde e selvaggia. Da lì si può inoltre godere del tramonto più magico dell’isola.

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Non è però tutto oro quello che luccica; le isole Andamane sono anche tristemente note per i cosiddetti Human Safari attraverso la Andaman Trunk Road. Questi “safari”, che io ho ovviamente evitato come la peste, sono molto in voga tra i turisti in vacanza sulle isole. Si tratta di visitare la tribù dei Jarawa nel centro e nel sud dell’arcipelago. I Jarawa sono una tribù tra le più antiche della Terra -si stima che si sia stabilita su queste isole circa 50.000 anni fa- ed è una tribù che ha sempre evitato i contatti con l’esterno e con gli altri popoli, rimanendo integra e immutata nella sua cultura originaria e primordiale.

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Le isole Andamane sono da sempre abitate da tribù indigene antichissime e spesso le loro tradizioni si sono dimostrate utili. Basti pensare allo tsunami che nel 2004 colpì il sud est asiatico, il cui epicentro era poco a nord delle Andamane; alcune delle isole furono completamente sommerse, altre persero metà o addirittura due terzi della popolazione. Gli Onge e i Jarawa da secoli narrano storie, di generazione in generazione, del mare che si ritira e le cui onde tornano, violente, sulla costa distruggendo tutto ciò che incontrano: queste tribù furono le uniche a non essere colte di sorpresa dal fenomeno e riuscirono a salvarsi, salendo sulle alture delle isole.

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L’arcipelago fu visitato per la prima volta da ufficiali britannici nel 1788 e nel 1857 le isole furono occupate dai militari inglesi che vi fondarono una colonia penale e insieme alle isole Nicobare furono aggregate all’India britannica nel 1858, seguendone le sorti e divenendo dunque, con l’indipendenza, parte dell’India odierna. Da quando gli stranieri hanno messo piede su queste isole, ma soprattutto da quando l’India le sfrutta per questo genere di turismo, visitando i popoli indigeni con lo stesso spirito di quando si va allo zoo, la tribù dei Jarawa si è quasi estinta, soprattutto per via delle malattie portate dall’esterno a cui non era mai stata esposta. Si stima che oggi siano rimasti circa 400 individui e le previsioni non sono positive. Survival International da anni si fa portavoce del problema, facendo pressione sul governo indiano e sulla comunità locale dell’arcipelago affinché queste pratiche, pericolose per l’estinzione del popolo e degradanti da un punto di vista umano (gli indigeni sono costretti ad esempio a ballare per intrattenere i turisti), vengano interrotte.

Dal 2008 il governo indiano ha giudicato i safari umani illegali (secondo il Regolamento per la protezione delle tribù aborigene) ma nonostante ciò i tour continuano ad esistere. E’ perciò fondamentale che i turisti che abbiano intenzione di viaggiare sulle isole Andamane siano consapevoli della gravità del fenomeno. La scomparsa definitiva di queste tribù sarebbe una perdita immensa per l’umanità e per l’antropologia moderna, essendo testimoni di una storia millenaria. Non solo, il vero problema sta nel fatto che tali pratiche degradanti violano gravemente i diritti umani di questi popoli, che non dispongono di alcun mezzo per difendersi.

Per vedere la galleria di foto clicca qui.

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