Partire, crescere e piangere: pensieri confusi

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Quest’anno segna un traguardo nella mia vita da expat. Da quando ho iniziato l’università, e quindi da quando mi reputo “mentalmente indipendente” (economicamente lo sono da molto meno), ho ufficialmente passato più anni all’estero che in Italia.

Partire per me è stato fin dall’inizio merito (o colpa?) della mia famiglia. Ho un padre che a 18 anni ha mollato tutto ed è salpato alla scoperta del mondo, lasciando a casa due genitori in pena, in tempi in cui Skype o Whatsapp non esistevano e riuscire a telefonarsi una volta al mese era già un big deal. Dopo vari giri è approdato in Asia e lì è rimasto, insegnandomi così che è molto più interessante girare per le campagne di Hanoi che starsene a casa a guardare la televisione. 

Da piccola, mio padre mi ha sempre “gentilmente” invitato a partire. A dieci anni, quando il mio solo interesse era giocare con le Barbie, mi ha fisicamente prelevato da casa e lasciato in Inghilterra con una famiglia inglese, a cavarmela da sola. E così è stato in molte altre occasioni finché non ho raggiunto l’età per farlo per conto mio. Io ho conosciuto il mondo grazie ai miei genitori. Molto prima che lo facessi da sola, è stato con loro che per la prima volta ho scoperto l’India, la Cina, l’America; sono loro che mi hanno spronato a guardare oltre il giardino di casa, ma soprattutto che mi hanno donato quella che io definisco “tranquillità” del viaggio: partire senza angoscia e senza eccitazione, ma semplicemente in tranquillità, come se fosse la cosa più naturale dell’universo, perché il mondo non ci è ostile, ci è amico; non vuole avvelenarci, ma farci assaggiare le sue infinite delizie. Gli insegnamenti di mio padre erano particolari: no alla priorità dei voti alti a scuola (“cosa te ne fai di un 9 in greco se poi non sei capace di uscire di casa da sola?”), sì a imparare a fare il check-in in aeroporto da sola, a 12 anni. Io sono nata nomade e non potevo che rimanere tale, seguendo le sue orme e diventando il suo grande orgoglio.

Da quando ho saputo della morte di Giulio in Egitto non riesco a pensare ad altro. Non riesco a lavorare, a leggere. Mi viene in mente solo lui, ma soprattutto mi viene in mente la sua famiglia. Penso a due genitori sicuramente fieri di avere un figlio così e mi si stringe il cuore, perché questo mondo, che tanto amiamo e continueremo ad amare, a volte non ha proprio senso e faccio una gran fatica a razionalizzare eventi del genere. Penso ai miei genitori e a tutto quello che hanno fatto affinché avessi fiducia in questa umanità. Penso a loro e se al posto di Giulio ci fossi stata io; se fossi stata io a partire per fare la mia ricerca, soltanto con l’interesse per la conoscenza, senza intenzione di incitare ad alcuna “sommossa politica” e fossi finita in quel marasma che è oggi l’Egitto, con un governo schifoso e goffo come quello di Al-Sisi che punisce gli innocenti, a caso. Perché parliamoci chiaro, va bene aspettare le prove, ma la strada verso la spiegazione sulla morte di Giulio mi sembra chiara e non riesco a pensare a nessuna alternativa.

Penso ai genitori delle vittime di questo mondo storto, ai genitori dei desaparecidos di tutti i regimi, che in molti casi non hanno nemmeno avuto un corpo sui cui piangere i propri, coraggiosissimi, figli. Penso alle Abuelas de Plaza de Mayo in Argentina, penso ai giovani del Cile di Pinochet, a quelli della Cina e soprattutto a quelli del mio amato Laos. Penso ai miei genitori che quando parto sorridono invece di piangere. Penso a loro e se a sparire fossi io. Perché uno insegna ai propri figli l’attenzione, ma l’attenzione non basta di fronte all’insensatezza. Penso a quando io sarò madre e vorrò che i miei figli vedano quanto e più di me, vivano le emozioni che ho vissuto io. Penso alla paura che avrò.

Penso alla voglia che abbiamo di crescere, di vivere, di scoprire. Penso alle lacrime che versiamo ogni volta che partiamo e che lasciamo qualcosa, lacrime di cui siamo fieri, di cui non ci vergogniamo. Lacrime che sono di dolore, ma anche di gioia, perché noi vogliamo partire, vogliamo conoscere, vogliamo sapere tutto il possibile.

Certi giorni però, quando succedono questi eventi, senza senso e ingiusti, perdo un po’ la fiducia e penso che questo mondo in cui ci affacciamo, felici e curiosi, a volte fa veramente schifo.

 

6 thoughts on “Partire, crescere e piangere: pensieri confusi

  1. Ciao, Alessandra! Complimenti, questo tuo post è proprio bello, lo adotto per #adotta1blogger e ti invito a entrare in questa comunità su FB e sì, sei fortunata ad avere avuto due genitori così lungimiranti e tu sei in gamba perché hai saputo cogliere opportunità e insegnamenti! Abbraccio tutti, una viaggiatrice, Gloria

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