Dell’amore e di altri demoni, ricordi dal Perù (Parte I)

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Lima

La settimana scorsa ho mangiato un delizioso ceviche nel mio nuovo ristorante preferito dell’Aia, Mochi (di cucina fusion giapponese e latinoamericana, in cui non esiste menù, ma si va a seconda dell’umore dello chef: ristorante fantastico, se capitate all’Aia andateci assolutamente!). Il pesce fresco e tenero, con quel tocco acido di limone, mi si è sciolto in bocca e mi ha riportato indietro nel tempo, ricordandomi il profumo e il sapore di Lima.

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Lima

Parentesi culinarie a parte, sono stata in Perù tre anni fa. Lavoravo per un’organizzazione regionale, che si occupa di global health e di integrazione delle politiche sanitarie nella sub-regione andina, e nel frattempo raccoglievo materiale per la tesi. Ero in un periodo di difficile transizione ed enorme stress per una serie infinita di drammi sentimentali, accompagnati dalla fine del mio doppio percorso universitario (altresì definibile “incubo burocratico”). Il titolo di questo post, omaggio all’opera dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez, è una buona metafora del mio stato d’animo di allora.

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Lima centro

Sono arrivata a Lima in un caldo giorno di settembre. Dall’Italia avevo trovato una stanza a casa di una famiglia peruviana. Qui apro una parentesi alloggio: a Lima è molto difficile trovare una stanza in affitto. Il mio consiglio, per chi fosse in una situazione simile, è quello di affidarsi ad una scuola di lingua locale (la mia si chiamava El Sol) che si occupi di procurare un alloggio in famiglia: è davvero il modo migliore per integrarsi e conoscere la cultura peruviana. Io dovevo fare un minimo di ventiquattro ore di lezione privata al mese e potevo tenere la casa. Sapevo già un po’ di spagnolo ma, dovendo raccogliere materiale, fare le interviste per la tesi e lavorare esclusivamente in lingua, mi ha fatto comunque parecchio comodo.

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Lima, il parco dell’amore
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Miraflores

Sono finita in una bella casetta nel quartiere di Miraflores. Cecilia, donna fortissima ed esempio di vita, rimasta sola dopo mille vicissitudini da romanzo di Mario Vargas Llosa, è stata la madre peruviana che non sapevo di avere. Insieme abbiamo riso fino alle lacrime, girato per Lima, mangiato nei migliori ristoranti e preparato minuziosi piani di evacuazione, con tanto di mochila de emergencia, con dentro viveri e coperte, pronta alla porta, in attesa del fantomatico gran terremoto de Lima, che sembrava fosse lì lì per arrivare (e che per fortuna non arrivò). Piccole scosse erano all’ordine del giorno, scosse che per i peruviani sono talmente di routine da non meritarsi neanche il nome di terremoto e vengono definite temblorcitos. Il Perù è una terra fortemente sismica, tra i più alti livelli al mondo, e Lima è stata rasa al suolo più volte nella storia. La gente -seppur contro ogni riscontro scientifico, perché non si possono prevedere i terremoti- dice di sentire e sapere quando un terremoto catastrofico colpirà la città ed è sempre pronta al peggio.

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Con Ceci

Assieme a Cecilia c’era Juanita, saggia abuelita indigena dell’ovest del Perù che viveva e si occupava di quella casa da vent’anni. Juanita possedeva doti da cuoca quasi miracolose. Riusciva a cucinare quasi tutti i 491 piatti tipici della cucina peruviana (che per chi non ne fosse al corrente è tra le cucine più variegate e deliziose al mondo). Quando tornavo dall’ufficio, io e Juanita ci chiudevamo in cucina e mentre lei preparava la cena e io mi lamentavo dei miei drammi d’amore, guardavamo telenovelas latine (che a Beautiful fanno un grosso grasso baffo per quanto riguarda gli intrecci amorosi); lei mi raccontava, eccitata, le sciagure dei protagonisti, riuscendo a ricostruire meticolosamente i fatti avvenuti nel quarto di secolo precedente.

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Juanita

Juanita aveva una sorta di diario; lo trovai in cucina una mattina prima di andare in ufficio. Era scritto con la stessa calligrafia un po’ infantile dell’anziana tata che mi ha cresciuto e che tanto amavo: avendo fatto solo tre anni di scuola elementare, tata Maria aveva mantenuto la stessa calligrafia di quando aveva otto anni. Juanita scriveva allo stesso modo e già quello fu un salto nostalgico nel passato, che mi strinse il cuore. Ci misi un po’ a capire a cosa si riferisse il suo diario; in un primo momento sembrava solo una lista di piatti peruviani a cui non davo un senso. 1 ottobre: causa rellena, 2 ottobre: lomo saltado, e così via. Finché non lessi accanto alle date in cui io ero partita o non ero a casa: “Alessandra no come en la casa” (Alessandra è fuori a cena), o “Alessandra se fue por el fin de semana, regresa el domingo” (Alessandra è partita per il weekend, torna domenica). Il diario era per me! Per far in modo che in quei tre mesi insieme, lei non si ripetesse e io provassi il più possibile della cucina peruviana. Io, piagnona e notoriamente con gli ormoni alla frutta (mi escono le lacrime anche quando guardo la pubblicità del detersivo per i piatti), ovviamente scoppiai a piangere in cucina, col diario di Juanita in mano.

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Juanita

La quarta e ultima coinquilina della casa, che completava questa famiglia non proprio tradizionale, era una giovane donna giapponese di trentacinque anni, di nome AI, che noi spagnoleggiando chiamavamo Aita. Aita dal grande cuore, terrorizzata dall’universo e dalle cose più innocue, si sarebbe fermata in Perù a fare volontariato per due anni, per provare a se stessa che poteva diventare una donna forte e indipendente, pur tradendo ogni aspettativa della sua famiglia; nella regione rurale del Giappone da cui proveniva era assolutamente inaccettabile che a quell’età fosse ancora nubile e senza una famiglia.

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Questo me l’ha fatto Aita prima che partissi

Nonostante la diversità, in questa famiglia di donne di quattro generazioni, quattro culture e con quattro vite completamente diverse, la comunicazione non fu mai un problema. La sera cenavamo insieme, spesso con una buona bottiglia di vino cileno o argentino, e ci raccontavamo la vita. Mi ricordo lunghe sere a discutere fino a tardi dell’universo e di drammi amorosi, in una lingua senza senso, ispanoinglesenipponica, ma che dopo un po’ di vino e un sacco di risate parlavamo tutte correntemente.

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Casa

Lima ti entra nelle vene, nel sangue, è un’amante selvaggia, latina e bellissima, che ti fa innamorare e ti tormenta. Lima è tutto: è musica, è rischio, è ricchezza sfrenata, è slums. Lima è la maestosità del centro, i colori del Barranco, i pericoli del Callao, è confusione, traffico e rapine, è pesce crudo sul mare, è il più grande porto di droga dell’America Latina, è cultura, danza tradizionale e cattolicesimo stravagante e folkloristico. Lima è i suoi desaparecidos durante il regime, è il suo popolo che cade ma si rialza, continuamente. Lima balla, canta, piange disperata, corre, crolla, grida, esplode, ride a crepapelle, sogna. E’ difficile descrivere il sentimento che si prova quando, piano piano, si diventa parte di essa, si cammina per le sue strade e i suoi quartieri -grandi come città- e si entra in questa comunità di nove milioni di abitanti. In quel periodo della mia vita Lima rispecchiava esattamente il mio stato d’animo, che altalenava tra momenti di pura gioia ed esaltazione e momenti di casino, stress e preoccupazione: era la città adatta a me, in sintonia con me.

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Lima centro

La mattina andavo in ufficio a piedi, ci mettevo circa un’ora, e compravo una granadilla e un avocado dal fruttivendolo ambulante sotto l’ufficio che ormai sapeva i miei gusti e mi preparava un sacchettino ancora prima che io arrivassi, puntualissima -quasi patologica- alle ore 9. Io adoro camminare e passando per le stradine di Lima, la cosa che più mi saltava all’occhio era la velocità e il dinamismo con cui questa città si muove. Ogni giorno c’era qualcosa di diverso. In tre mesi credo di aver visto un milione di volti diversi, opposti e contrastanti di Lima: l’esatto contrario di Vientiane che per tutta la mia permanenza è rimasta immutata, sacra e immobile.

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Quartiere di Barranco

Mi piaceva un sacco anche prendere i mezzi pubblici. In generale evitavo, su consiglio di tutti, di prendere il bus quando andavo in ufficio e avevo il computer nello zaino: si capiva da cento chilometri di distanza -grazie soprattutto alla mia faccia pallida e alla mia aria trasognante- che ero stranieraanche un po’ tra le nuvole, e dunque facile vittima di rapine (che a Lima sono spesso e volentieri a mano armata). Però, quando non avevo niente di prezioso con me, mi piaceva prendere bus a caso e girare per la città. I bus a Lima sono dei minivan, aperti, incasinatissimi, in cui il “controllore” sporge dalla porta e semplicemente “grida” la direzione. Non ci sono fermate, basta fare un cenno al minivan che, rallentando senza fermarsi del tutto, ti prende per mano e ti carica su.

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In ufficio ero l’unica gringa e in assoluto la più piccola e per questo sono stata coccolata e protetta come un cucciolo. Tutti volevano darmi da mangiare, farmi un saluto, offrirmi un mate. Un giorno presi la salmonella: mi feci tentare da un’empanada che aveva l’uovo ancora mezzo crudo e tac (non che questo mi segnò particolarmente: continuo a mangiare cibo di strada in ogni paese e credo di aver ormai sviluppato un piccolo esercito di anticorpi armati). Ad ogni modo, quando tornai in ufficio qualche giorno dopo (non ebbi una forma grave, per fortuna), mi riservarono una specie di ingresso trionfale con musica e dolcetti, gridando: “La niña no se murio!”.

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Colleghi

Una delle persone che più hanno segnato il mio periodo peruviano è stata la grande capa dell’organizzazione, che merita una menzione in questo post. Carolina Chang, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, ex ministra di sanità dell’Ecuador, è la persona che ha portato concretamente il diritto universale alla salute nel suo paese. Una di quelle donne fiere e forti che hanno lottato con sudore e tenacia per il diritto di dire la loro e di essere ascoltate e si sono guadagnate un’autorevolezza da lasciare tutti a bocca aperta alla prima parola. La donna che, insomma, tutte noi sognatrici vorremmo essere.

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Ho deciso di lasciare al prossimo post i racconti sui viaggi per il Perù, in lungo e in largo (il Canyon del Colca, Arequipa, Macchu Picchu, il lago Titicaca, le Ande, la foresta amazzonica e così via). Concludo con la famosa canzone dei Calle 13, che è stata un po’ la mia colonna sonora durante quel periodo e che parla in generale dell’America Latina, della sua diversità culturale e ricchezza e dei suoi tormenti, ma che secondo me è anche una buona metafora del Perù. Una delle cantanti (appare verso la fine) è la famosa peruviana Susana Baca e l’introduzione del video è in quechua, uno dei dialetti delle Ande (e anche della famiglia che mi ha ospitato per due giorni su un’isola del lago Titicaca, ma ve lo racconto la prossima volta).

Se siete amanti dell’America Latina, e siete piagnoni come me, il video vi farà commuovere.

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Al corso di cucina

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