La speranza a due passi dall’inferno: ricordi e considerazioni sui rifugiati siriani

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Zaatari, confine tra Giordania e Siria (2014)

In questi giorni mi è capitato di leggere una serie di articoli e commenti sui rifugiati siriani talmente tristi e populisti che mi hanno fatto venire i brividi. Perciò, nonostante i giorni difficili (ho avuto un paio di giorni pesanti e in generale sono in un periodo un po’ negativo), ci tengo comunque a dire la mia sulla questione. Questo qualunquismo becero e schifoso riempie il web di informazioni sbagliate e senza fondamento, creando pregiudizi pericolosi.

Una delle cose che più mi fa venire i nervi riguarda i commenti -continui- sul fatto che i siriani dovrebbero rimanere a casa loro.

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Aleppo. Copyright: The Times

Dall’inizio della guerra civile, il Paese è stato devastato dagli scontri fra le truppe del regime e i ribelli, a cui si aggiungono cellule dello Stato Islamico e forze curde. Il dittatore, Bashar al-Assad, non ha mai “gradito” alcun tipo di protesta, neanche pacifica, e il regime sparava liberamente sulla folla alla prima manifestazione di dissenso già prima della Primavera Araba e dell’inizio della guerra civile. Su un totale di venti milioni di abitanti, si calcola che almeno 250mila siano stati uccisi e ci siano almeno un milione di feriti dall’inizio del conflitto.

Come riporta UNHCR, dall’inizio del conflitto gli sfollati sono circa dodici milioni, di cui almeno otto milioni rientrano nella categoria di “internally displaced persons”, nel senso che hanno dovuto abbandonare la propria abitazione (perché probabilmente rasa al suolo) ma hanno deciso di restare in Siria. Perciò, tecnicamente, gli sfollati siriani sono rimasti, in maggioranza, “a casa loro”. Detto ciò, dei quattro milioni rimanenti, la maggior parte ha chiesto protezione ai paesi limitrofi (Libano e Giordania si stanno facendo un carico enorme, nonostante le risorse sempre più limitate).

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Altro punto importante: i rifugiati siriani non vengono in Europa per rubare i lavoro a nessuno. Sono appunto “rifugiati” e non “migranti economici” (la differenza spiegata semplice e chiara a questo link di UNHCR). Magari in Siria erano benestanti, motivo per cui non c’è nulla di strano se possiedono un cellulare o un computer, semplicemente in Siria rischiavano di morire e hanno deciso di partire. Sì, anche i più ricchi sono partiti con dei barconi perché non possono arrivare in aereo. Secondo la direttiva 2001/51/CE del Consiglio dell’Unione Europea, le compagnie aeree possono far partire senza visto coloro che godranno dello status di rifugiato una volta arrivati a destinazione. Però, se all’arrivo lo status di rifugiato viene negato, le compagnie devono rispedirli a casa, a loro spese. E’ chiaro che nessuna compagnia aerea voglia accollarsi il rischio, perciò i biglietti vengono spesso negati e l’unica via di fuga resta il mare.

Non voglio annoiare con tutte le questioni tecniche su cui avrei voglia di sproloquiare per ore (come il fatto che il diritto d’asilo è appunto un diritto e non un favore che i siriani chiedono. Per chi volesse più informazioni dal punto di vista giuridico, qui un fact sheet di OHCHR che spiega benissimo la questione). La cosa che più mi sta a cuore e mi innervosisce è il modo in cui dipingiamo, in Europa in generale non solo in Italia, questi fantomatici rifugiati siriani. Dei mostri, ci fanno paura, vengono in Europa per farci chissà cosa.

Ma questi rifugiati siriani che faccia hanno davvero?

Nel 2014 ho lavorato con UNRWA in Giordania, come ho raccontato in un post precedente. Io lavoravo con i rifugiati palestinesi, quindi una questione diversa, ma quando avevo tempo, nel weekend, collaboravo con una ONG molto attiva a Zaatari, nel nord della Giordania al confine con la Siria, dove c’è uno dei più grandi campi di rifugiati siriani e lì passavo la giornata con un gruppo di bambini. Vedere l’entusiasmo negli occhi di questi piccoli (per la maggior parte orfani) riusciva davvero a commuovermi. Bambini che aspettavano tutta la settimana il nostro arrivo semplicemente per giocare. Il gioco è qualcosa che per i nostri bambini è ovvio e scontato, ma non è sempre così: tanti bambini siriani sotto i dieci/undici anni hanno solo ricordi di devastazione e morte.

E’ onestamente difficile spiegare quanto brillassero i loro occhi semplicemente per il fatto di poter giocare: perché per quelle bambine (noi ragazze stavamo soprattutto con le femmine, anche per questioni religiose e culturali) poter passare una giornata serena, colorando un foglio o facendo bracciali di perline, era una sorta di miracolo. La cosa soprattutto che mi commuoveva era la speranza che questi bambini riuscivano ad avere, nonostante avessero perso la casa, in molti casi la famiglia e avessero davanti un futuro difficile (alcuni dati sui bambini siriani disponibili qui, in italiano).

“I bambini della Siria rischiano di diventare una generazione perduta, perché sono loro che stanno pagando il prezzo più alto.
È una guerra ai bambini. Una guerra che ha costretto e costringe molti di loro a lasciare le proprie case abbandonando la scuola, gli amici e i parenti, gli affetti più profondi. Le loro nuove “case” spesso non hanno le necessità più elementari e ciò li espone alle malattie e altri pericoli. Le cicatrici fisiche ed emotive di questo conflitto li accompagneranno per molti anni a venire” (UNICEF).

Eppure, nonostante tutto, è questa la faccia che hanno: la faccia della speranza.

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8 thoughts on “La speranza a due passi dall’inferno: ricordi e considerazioni sui rifugiati siriani

  1. Ti ho “scoperta” nell’articolo del Corriere pochi giorni fa. Ammiro cio’ he hai fatto e cio’ che continui a fare; spero un giorno di fare alcune delle esperienze che hai fatto tu. Questo post e’ bellissimo, dovrebbe essere letto da tante persone. Un bacio dall’Australia. Giada

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  2. grazie Alessandra per i chiarimenti. Purtroppo i media non danno queste notizie che contribuirebbero a modificare l’opinione pubblica corrente.

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