Un uomo e i suoi sogni per un Laos migliore, omaggio a Sombath Somphone

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Shui Meng, moglie dell’attivista laotiano misteriosamente scomparso tre anni fa, oggi ha scritto una lettera, esordendo: “Mio carissimo Sombath, oggi 15 dicembre 2015 segna il terzo anniversario dalla tua scomparsa. Ogni anno temo l’alba di questo giorno, perché mi ricorda ancora una volta di quella tremenda sera in cui sei stato bruscamente portato via da me. Ricordo bene quella sera di tre anni fa. Ci dovevamo incontrare a casa per cena, ma tu non sei mai tornato a casa. E ora per me nessuna cena potrà mai più essere la stessa. In realtà, la vita non potrà mai più essere la stessa“. (Per leggere la lettera, clicca qui).

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Photo copyright: AFSC

Sombath Somphone è un attivista ed esponente di spicco della società civile laotiana. La sua attività di sostegno allo sviluppo delle comunità agricole locali in Laos e il suo ruolo di educatore dei giovani l’hanno reso celebre in tutto il mondo. Primo di otti figli di una famiglia contadina laotiana, Sombath ha lottato tutta la vita per un Laos migliore, per portare sostegno alle aree rurali e più povere del paese, ricevendo tra altri riconoscimenti, lo Human Resource Development Award, assegnatogli dalla  Commissione economica e sociale per l’Asia e il Pacifico delle Nazioni Unite. Sombath Somphone è però anche tristemente conosciuto per un tragico evento che ha portato alla luce alcune delle gravi lacune nel rispetto dei diritti umani in Laos.

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Photo copyright: PADETC

Come scrivevo nel post precedente, la Repubblica Popolare Democratica del Laos è un paese socialista che ha adottato la forma di Stato marxista-leninista (come Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba). In Laos esiste un solo partito, il partito comunista, e le decisioni chiave vengono prese dal Politburo del Comitato Centrale del partito. Generali storici assumono ancora alcune tra le cariche più imporanti. La componente militare è fortemente presente nel governo laotiano, anche dietro le quinte. Non esiste opposizione politica e il governo contrasta qualsiasi dissenso, con ogni mezzo.

Sombath era un personaggio scomodo, il suo battersi per i diritti umani, seppur mai in maniera aggressiva, ma sempre diplomatica, calma e gentile, era scomodo alla cerchia ristretta che detiene il potere in Laos. Un governo che per paura di crollare cerca di tenere a bada ogni vento di novità e di libertà che inizia a soffiare. E a volte lo fa in modo goffo. Nel caso di Sombath Somphone l’ha fatto nel modo più goffo di sempre. Sombath è stato fermato dalla polizia la sera del 15 dicembre di tre anni fa. Da lì nessuno l’ha più visto. Sfortunatamente per chi cercava di farlo sparire senza lasciar traccia, di liberarsi di un uomo troppo forte e troppo onesto, alcune telecamere a circuito chiuso hanno ripreso l’accaduto (una sintesi del video è disponibile qui). Immediatamente dopo la sua scomparsa, e di fronte a tanta evidenza, voci da tutto il mondo hanno denunciato l’accaduto (tra cui quelle dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza). Eppure il governo da quel giorno nega ogni coinvolgimento. Ho avuto modo di incontrare Shui Meng, moglie di Sombath, numerose volte durante la mia permanenze in Laos: una donna estremamente forte che, seppur consumata dal dolore, continua a lottare senza perdere la speranza.

A Vientiane ho partecipato, lo scorso dicembre, al secondo anniversario dalla scomparsa di Sombath: una toccante cerimonia buddista di preghiera e meditazione, seguita da alcuni video e testimonianze sul suo lavoro. Oggi, al terzo anniversario dalla sua scomparsa, l’unico contributo che posso dare è quello di scrivere questo post, per far luce sul fatto che le “enforced disappearances“, come in altri paesi, rappresentano una dura realtà anche in Laos.

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Vientiane, 15/12/2014

Quest’anno il Laos è stato soggetto al meccanismo di Universal Periodic Review (UPR) tramite cui le Nazioni Unite, attraverso il Consiglio per i Diritti Umani, fanno un’analisi approfondita del livello di rispetto e violazioni dei diritti umani in tutti gli stati membri, a rotazione (anche verso quelli che hanno votato contro la creazione del Consiglio stesso). C’era molto fermento in Laos in preparazione di questo evento. Sembrava che il paese ci tenesse davvero a fare bella figura e impegnarsi, anche come gesto di gratitudine verso i fondi che la comunità internazionale dona al Laos per alleviarne le sofferenze (il Laos è uno dei paesi più poveri al mondo, con scarse infrastrutture, industria poco sviluppata, un’economia ancora incentrata sull’agricoltura. La maggior parte della popolazione vive in zone rurali, dove la vita scorre a ritmi completamente diversi dai nostri, immutata da secoli). Eppure così non è stato.

Le risposte date dal governo laotiano a Ginevra sono state una vera e propria farsa. Oltre a negare ogni coinvolgimento nel caso di Sombath, su cui almeno quindici stati-membri hanno chiesto spiegazioni, il Laos non ha mostrato nessuna intenzione di voler ratificare la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata, che ha firmato nel 2008. Ha inoltre rigettato numerose raccomandazioni riguardanti il rispetto di altri diritti umani, tra cui: libertà di espressione (inclusa la libertà dei media e di internet), protezione dei difensori dei diritti umani, rimozione degli ostacoli che la società civile incontra in Laos e abolizione della pena di morte. Inoltre il Laos non ha accettato alcune delle raccomandazioni per cui doveva stabilire un’istituzione nazionale per il rispetto dei diritti umani, conforme ai principi di Parigi (le cosiddette National Human Rights Institutions) rispondendo -e lasciando tutti a bocca aperta- che Vientiane ha già dei meccanismi nazionali per il controllo e il rispetto dei diritti umani con principi “simili” a quelli di Parigi.

Il comportamento del Laos a Ginevra ha dimostrato che non c’è nessun bagliore di speranza per un futuro migliore per quanto concerne il rispetto dei diritti umani e che la strada da fare è ancora lunga. Questo però non deve scoraggiare tutti quelli che supportano la famiglia di Sombath Somphone e di tutte le altre persone misteriosamente scomparse in Laos. Bisogna continuare a lottare, perché non ci si puo’ stancare di fronte a tanta e manifesta ingiustizia. E il caso di Sombath, che brucia come quello di tutti i desaparecidos del mondo, dalla Cina al Cile, deve essere portato come esempio nella lotta per la libertà: perché quello che vogliono i governi che operano le cosiddette “sparizioni forzate” è proprio quello di farci dimenticare gli scomparsi.

Invece noi non dimentichiamoci. Sombath, sei scomparso da tre anni, ma oggi vieni ricordato in tutto il mondo. E così sarà finché non tornerai a casa.

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Photo copyright: The Guardian
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Con Shui Meng, moglie di Sombath

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