Bor pen yang, la mia vita in Laos

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Tramonto sul Mekong

Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso“, scriveva Tiziano Terzani. Anche per me il Laos è arrivato così, per caso.

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Vientiane

Stavo lavorando in Giordania, quando mi hanno selezionato per il programma di traineeship della Commissione Europea. Dato che lavoravo ad UNRWA e mi occupavo di rifugiati palestinesi, mi hanno assegnato alla delegazione in Palestina (sì, al contrario di quanto si dice, in alcuni casi e con una gran fortuna, si riesce a fare il bluebook traineeship in delegazione e non a Bruxelles!)

Inizio a preparare il mio trasferimento da Amman a Gerusalemme, quando un giorno all’improvviso mi chiamano da Bruxelles dicendo: “Niente Gerusalemme, andrai in Laos”. Nessuna spiegazione e nessuna possibilità di scelta: prendere o lasciare. E così ho fatto le valigie e sono partita per Vientiane, senza averlo chiesto e senza mai sapere perché. Avevo già abbastanza familiarità con il Sudest asiatico, soprattutto con il Vietnam con cui la mia famiglia ha legami storici, ma non conoscevo il Laos ed è stata la più bella scoperta di sempre.

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Vientiane è una città magica. Alcuni dei turisti che ho incontrato mi hanno detto di trovarla un po’ noiosa; questo perché, secondo me, a qualcuno può sfuggire il vero valore di Vientiane: la sua tranquillità. Il lusso di viverci è quello di poter andare ad un ritmo sconosciuto a noi occidentali. Fermarsi a osservare il mondo che ci circonda, con accuratezza, è una regola d’oro. Il popolo, molto religioso, dà enorme valore alla lentezza e alla pace. Va anche tenuto in considerazione che la Repubblica Popolare Democratica del Laos è un paese socialista che ha adottato la forma di Stato marxista-leninista (come Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba). In Laos esiste un solo partito, il partito comunista, e le decisioni chiave vengono prese dal Politburo del Comitato Centrale del partito, di cui fanno parte una schiera di generali storici. Non esiste opposizione politica e qualsiasi protesta è fortemente “sconsigliata”. Il rispetto dei diritti umani in Laos ha fatto progressi negli ultimi anni, soprattutto grazie allo stimolo della comunità internazionale, ma ci sono ancora grosse lacune. (Uno dei temi su cui il Laos ha ancora moltissima strada da fare, che mi sta fortemente a cuore, è quello delle “enforced disappearances”. Tornerò sulla questione, con un post specifico, il 15 dicembre, al terzo anniversario dalla scomparsa dell’attivista laotiano Sombath Somphone). Non bisogna dunque sottovalutare che la stabilità politica è una grande prerogativa del governo, il quale è disposto a mantenerla con ogni mezzo. Questo influenza molto le scelte della gente quando si tratta di far sentire la propria voce, ma non cambia il fatto che i laotiani hanno un modo di vivere diverso dal nostro, calmo e tranquillo, qualità tipiche di un popolo fortemente buddista.

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(foto rubata!)

Sono arrivata a Vientiane in un caldo giorno di settembre. La stagione delle piogge non era ancora terminata e una profumata pioggia tropicale, rinfrescante, mi ha accolto poco dopo il mio arrivo. Grazie al mio amico (e spesso salvatore) Berni, ho avuto subito tra le mani un capricciosissimo motorino Kolao, il solo e unico modo di muoversi per la capitale.

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Tra me e Kolao non è stato amore a prima vista: motorino di centesima mano, mi ha lasciato a piedi, anche di notte, più di una volta. Avevo paura di guidare, soprattutto in un paese in cui le regole della strada sono pressoché inesistenti. Diciamo che gli stop, i semafori e le precedenze sono più che altro consigli, spesso da prendere alla leggera. Anche perché la polizia fa controlli in maniera del tutto arbitraria e quello che vuole, infrazione o no, sono 50.000 corrottissimi KIP (quando ero lì, erano circa 5 euro). Eppure, dopo solo qualche giorno insieme, non riuscivo più a fare più a meno di Kolao che, quasi umanizzato, è diventato il mio compagno di vita.

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Il mio ufficio

La sera io e Kolao tornavamo a casa (abitavo a circa una decina di km dal centro e dall’ufficio), passando accanto al Mekong, ai templi, al Patuxai (monumento all’indipendenza laotiana), e in quei momenti, con il vento caldo tra i capelli, mi sentivo la persona più fortunata e felice del mondo. Kolao mi ha portato lontano, non solo a cascate e foreste altrimenti inaccessibili (si raggiungono solo per conto proprio, attraverso strade indescrivibili che a volte vanno letteralmente “scalate” in motorino), Kolao -e tutto quello che ha rappresentato per me- mi ha portato molto più lontano.

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Il Patuxai

Viaggio da tutta la vita, ogni luogo mi ha insegnato qualcosa e mi ha un po’ cambiato, ma nessuna esperienza fino ad ora è stata così significativa, travolgente ed intensa, come quei mesi. In Laos ho imparato la vita. Ho imparato a osservare. Ho conosciuto l’equilibrio. Ho visto la generosità, a contatto con della gente che vuole darti tutto, anche quando non ha nulla. Una sera, proprio durante le prime settimane, Kolao mi ha lasciato a piedi. Ha fatto un paio di rumori strani e si è fermato, in mezzo al nulla, nelle campagne di Vientiane. Era notte e non sapevo cosa fare. A un certo punto è passato un ragazzino; era thailandese e spiccicava qualche parola d’inglese. Si mette in mezzo alla strada e ferma un anziano contadino, spiegando in thai (le lingue sono molto simili) che il mio motorino è morto. Così, dal nulla, questo signore parte va a casa sua, prende la cassetta degli attrezzi e la torcia (nelle zone periferiche di Vientiane non c’è ancora una buona illuminazione pubblica) e torna con un suo amico. Passano un’ora a smontare e rimontare il mio motorino, capiscono il problema, vanno a cercarmi un pezzo di ricambio, aggiustano Kolao e questo riparte. Poi vanno via, con un sorriso, rispondendo al mio tentativo di dargli dei soldi: ” Bor pen yang, bor pen yang ” che significa “non c’è problema” ma anche “prego, sei la benvenuta”.

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Strade nella periferia di Vientiane

Bor pen yang è il motto dei laotiani. Ha un po’ il significato di Hakuna Matata in swahili e rappresenta davvero l’essenza del popolo. Significa let it go, non c’è problema, scialla. E quando uno vive in Laos è così che affronta la vita: bor pen yang, tutto andrà bene.
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Il buddismo è estremamente radicato nella popolazione. I laotiani sono uno dei popoli più credenti e le scuole per monaci sono dappertutto. Camminare per Vientiane è come camminare all’interno di un grande monastero buddista. Templi e monaci allegri e sorridenti sono in ogni angolo della strada. C’è un tempio, un po’ fuori dal centro, all’interno di una bellissima foresta, in cui danno lezioni di meditazione gratuite agli stranieri. Ci sono andata un paio di volte. Si medita seduti, in piedi e camminando nella foresta attorno al tempio. In quei momenti, il mondo improvvisamente non è più ostile, ma una cosa sola con noi, in armonia. Non c’è bisogno di angosciarsi, farsi mancare l’aria. L’aria c’è e ce n’è per tutti. In quei momenti ho respirato a pieni polmoni e mi sono detta anche io: sapete che c’è? Bor pen yang.
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Il Laos mi ha mostrato un nuovo modo di vedere la vita e i problemi. Dico mostrato e non insegnato, perché purtroppo è difficile mantenere questo modo di vivere. Da quando sono tornata in Europa, la scorsa primavera, faccio molta più fatica a vivere in armonia e affrontare le difficoltà in maniera serena rispetto a quando ero in Laos, immersa in una pace pervasiva e totalizzante.

In Birmania ho preso un virus tropicale all’occhio. Me ne sono resa conto mentre tornavo a casa a Vientiane. Avevo una tonsilla gonfia e uno strano dolore alla parte destra del viso. La mattina dopo avevo il viso gonfio, da un occhio non ci vedevo ed ero un mostro.

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In Laos non esistono ospedali accessibili agli stranieri (in principio non sarebbero proprio aperti agli stranieri, poi alcuni fanno eccezione, ma è comunque caldamente sconsigliato andarci, per il bassissimo livello delle strutture sanitarie. In Laos si dice “entri in ospedale con una ferita alla mano ed esci senza la mano”). Per qualsiasi problema minimamente grave bisogna dunque andare in Thailandia, dove al contrario, gli ospedali privati sono eccellenti (bisogna assolutamente avere un’assicurazione privata, perché costano un occhio della testa). Gli unici posti a cui potevo rivolgermi a Vientiane erano la clinica francese e quella australiana, in cui di solito c’è un solo medico che visita e ti dice se è il caso che tu vada a curarti in Thailandia, o se puoi farlo “fai da te”. La risposta che ho avuto è stata: “qui non abbiamo i mezzi, vai in Thailandia!” Così per tre volte sono dovuta andare all’ospedale thailandese di Udon Thani. Mi hanno sottoposto a mille esami del sangue, risonanze magnetiche all’occhio etc, e mi hanno curato (ancora non ho capito bene di cosa si trattasse, visto che i medici, seppur qualificatissimi, non parlavano inglese e a tradurre c’era solo una ragazzina).

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All’ospedale di Udon Thani, in Thailandia

Ad ogni modo, dopo un po’ sono guarita. Sono rimasta molto sorpresa dal mio modo di reagire, così leggero e ironico: ammalarsi in un paese lontano, senza strutture sanitarie valide, è una sfida, soprattutto per un’ipocondriaca scatenata come me. Ero già stata male una volta, quando lavoravo in Perù e ho avuto la salmonella, ma vivevo con una famiglia peruviana che si è presa enorme cura di me e nel caso in cui avessi avuto un problema più grosso, sarei potuta andare all’ospedale americano di Lima, assolutamente all’avanguardia. In Laos questo non è possibile. Concretamente non esistono luoghi in cui curarsi e questo fa paura, soprattutto se si ha un incidente stradale, perché non esistono strutture di emergenza (ad esempio, non ci sono ambulanze, se non quelle di un gruppetto di volontari, che però sono poche e non attrezzate). Eppure sono riuscita a prendere la situazione con calma e razionalità, quasi con ironia. Non mi sono fatta impaurire (ok, devo ammettere che quando mi sono svegliata e non ci vedevo non è stato il massimo), ma ho continuato a lavorare (non ero contagiosa, se non al tatto) e piano piano, tutto è tornato alla normalità. Bor pen yang!

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In via di guarigione, scherzandoci su!

Durante questi mesi in Laos, ho avuto modo di vedere gran parte del paese, da nord a sud, e sono rimasta incantata da quanto sia bello e ancora autentico. Ci sono molte zone in cui il turismo di massa non è arrivato. E per fortuna, anche zone turistiche che stavano per essere compromesse, come Vang Vieng -famosa meta festaiola per occidentali, che si stava trasformando in una vera schifezza- sono state riportate ad una condizione di decenza (nel caso di Vang Vieng, recentemente, dopo la morte sospetta di alcuni turisti, molti locali sono stati chiusi e il giro di droga è stato limitato e oggi è di nuovo un posto pacifico e stupendo). Luang Prabang, i suoi templi, i suoi mercati, le sue cascate, i suoi elefanti (l’antico regno di Lang Xang, oggi odierno Laos, era anche conosciuto come il regno dal milione di elefanti), le sue foreste fanno innamorare, perdutamente. Come lo fanno le montagne del Laos centrale e i suoi fiumi sotterranei. Per non parlare del sud, della regione di Champasak, della magia delle 4000 isole sul Mekong, al confine con la Cambogia, dove si può tornare indietro di duecento anni, andare in bicicletta e ammirare i più bei tramonti dell’universo. Ci vorrebbe non solo un post, ma un blog a parte per elencare tutto quello che andrebbe visto, assaporato, toccato in Laos e per forza di cose mi è impossibile farlo in poche righe.

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In attesa di nuove avventure, in cui spero che il destino mi riporti in Laos al più presto, oggi sono di nuovo in Europa, in un mondo frenetico con cui faccio fatica a stare al passo. In una realtà che per me è come un’enorme lente di ingrandimento, in cui ogni problema sembra più grosso e più pesante di quello che è davvero. Porto sempre nel cuore i tramonti sul Mekong e i sorrisi della gente. Quando mi sento angosciata, chiudo gli occhi e immagino di essere su Kolao di notte, col vento caldo sul viso, e per un momento tutto torna calmo e penso: “sapete che c’è? Bor pen yang!”

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Tramonti sul Mekong, Vientiane

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Cerimonia Baci nel mio ufficio

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25 thoughts on “Bor pen yang, la mia vita in Laos

  1. Un articolo bellissimo! Sono stata in Laos circa un mese fa e l’ho trovato esattamente come tu l’hai descritto. Compimenti anche per come hai affrontato l’inconveniente dell’occhio ho avuto modo di sentire di un’esperienza all’ospedale di Luang prabang e sarei scappata al tuo posto 😉 seguirò il tuo blog scoperto oggi per caso!

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      1. Si concordo! Per me è stato una bellissima scoperta con la sua natura incontaminata e la semplicità della gente! Ho avuto modo di passare un pomeriggio con dei monaci che mi hanno raccontato un pò della loro vita ed è stato quasi illuminante! Bello, ancora non troppo turistico come Paese… O per lo meno non si fatica a percepirne la genuinità anche in posti ormai molto visitati. Luang Prabang per es. è turistica ma mantiene una tranquillità bellissima!

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  2. Ti ho commentato Birmania e Cambogia, potevo perdermi il Laos? :o)
    Anche qui non posso che condividere tutto quello che hai detto, soprattutto per quello che riguarda lo spirito della gente e la gentilezza che li contraddistingue. Ricordo che una volta, vagabondando per Luang Prabang sono finito casualmente in mezzo a una festa di matrimonio. Io ero un emerito nessuno, in maglietta e pantaloni con i tasconi, stavo per andarmene, quando qualcuno mi ha fermato e mi ha trascinato quasi di forza nel mezzo della festa. Mi sono trovato a parlare, ridere e scherzare con gente sconosciuta come se fossimo amici da una vita … una delle serate più intense della mia vita.
    Devo dire che ti invidio molto per il tuo lavoro … ;o)
    Aspetto il 15 dicembre per leggere il post sulla scomparsa di Sombath Somphone.

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  3. Tutte queste sensazioni che descrivi mi ricordano molto il mio Nepal. Mi sembra di rivedere ciò che scrivevo sul mio diario… compresa quella sensazione di essere ritornata “Europea”, forse con qualche consapevolezza in più. a presto Ale

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  4. Complimenti Alessandra, il tuo racconto è stupendo. Andrò in Laos da solo ad agosto e ci starò per 3 settimane, quello che hai descritto è esattamente quello che cerco e che spero di trovare, ora che ho letto il tuo racconto ho ancora più voglia di partire. E complimenti anche per la vita avventurosa che hai fatto…

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  5. Ciao Alessandra 🙂
    Ho scoperto il tuo blog da poche ore e l’ho letteralmente divorato…
    Infinite e contrastanti le emozioni che mi ha scatenato leggere le tue mille e straordinarie avventure in giro per il mondo…WOW!!!
    È bellissimo il modo in cui guardi il mondo, e al mondo…
    Mi hai ricordato molto Terzani (che ho notato leggi anche tu – e non poteva essere altrimenti): la maniera critica ma, allo stesso tempo, estremamente emotiva con cui descrivi i mille angoli di mondo che hai vissuto, la profonda conoscenza socio-storico-politica di ogni paese e popolo che hai incontrato, la voglia di ricercare l’autenticità di ogni posto, preferendo le viuzze nascoste ai corsi principali, le abitazioni locali ai grandi alberghi…la voglia reale di entrare, in punta di piedi ma intensamente, nelle diverse culture…Si, mi ricordi decisamente Terzani 🙂
    E mi ricordi quello che vorrei tanto essere…
    Con un po’ di invidia (quella bella però, quella che funge da sprono) ti dico che sei stata una bellissima scoperta e continuerò a leggerti…
    In bocca al lupo per qualunque cosa ti aspetti…e che la tua “sete di mondo” non trovi pace 🙂

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  6. Che bello scoprire nuovi Paesi con racconti così! Mi hai fatto immedesimare per qualche minuto nella pace di quei ritorni a casa con Kolao e di vento che accarezza i capelli, emozioni che io ho provato nei miei (più vicini) momenti di vita all’estero in sella alla mia bicicletta 🙂
    Ho da poco messo piede in Asia per la prima volta, due brevi ma intense settimane a Pechino, e non vedo l’ora di conoscere di più…il Laos mi ispira tantissimo!
    [e complimenti per l’ironia nell’affrontare il problema all’occhio, vero che le ipocondrie sono strane e ci attanagliano soprattutto in certi contesti]

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  7. Anche l’articolo sul laos e’ molto interessante. Rientra nel mio progetto di viaggio. Avro’ anch’io bisogno di consigli per l’itinerario. Inoltre io non so ne’ andare in bici ne’ in motorino! Spero ci si possa muovere anche con altri mezzi economici.
    Teresa Sanna

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