Blessées à Mort

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Oggi si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Due anni fa ero a Bruxelles per questa occasione, dove mi trovavo già da qualche mese per lavoro, e decisi di andare a teatro con delle amiche e assistere alla versione francese di Ferite a Morte, il progetto teatrale sul femminicidio scritto e diretto da Serena Dandini. Devo dire che quella fu la prima volta in cui davvero mi sentii toccata dalla questione della violenza contro le donne. Ferite a Morte, che mi pare sia ancora in tour e che consiglio caldamente, è di volta in volta adattato al paese in cui viene rappresentato. Delle donne celebri (tra le quali, quella volta, c’era Marie-Esmeralda, principessa del Belgio) leggono storie di “vittime di femminicidio” che dall’oltretomba raccontano la propria vita e la propria morte.

Mi scosse in particolare una delle storie, in cui la protagonista raccontava di essere stata assassinata mentre faceva jogging al parco. Mi ci rividi in prima persona: quanto le piacevano le sue scarpe da corsa nuove! Mi tornò in mente quella volta in cui, tanti anni fa, andai a correre a Villa Borghese. Era autunno quindi faceva già buio nel tardo pomeriggio e mi ritrovai, all’improvviso, a scappare da un tizio che mi rincorreva e cercava di afferrarmi. Avevo la musica a tutto volume, quindi non sentii cosa stesse dicendo, ma chiaramente le sue intenzioni erano poco nobili. Corsi a più non posso, uscii dal parco e arrivai velocemente in una zona affollata. Non avevo più ripensato a questa brutta storia, fino al giorno in cui vidi Blessées à Mort a Bruxelles. La voce di questa vittima, uccisa da uno sconosciuto durante una bella giornata di jogging, mi fece tremare, immaginando che quella donna sarei potuta tranquillamente essere io.

Si stima che una donna su tre abbia subito una violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita. In alcuni paesi, questa proporzione può arrivare a coprire anche il 70% della popolazione. L’anno scorso l’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito questo fenomeno “un’epidemia globale” e una crisi per la sanità pubblica.

Sono stati fatti molti progressi a livello internazionale, soprattutto sul riconoscimento dell’esistenza del problema. La Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, adottata nel 1979 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stata ratificata (in alcuni casi tramite adesione e successione), seppur spesso con riserve, da quasi tutti i paesi parte delle Nazioni Unite (tranne Iran, Nauru, Palau, Somalia, Sudan, Tonga e Stati Uniti). Al suo fianco, nel 1993 è stata adottata la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. Eppure, ancora in troppi paesi (tra cui l’Italia), il problema della violenza sulle donne è lontano dall’essere arginato. Solo nel nostro paese, si stima che 6 milioni 788 mila donne abbiano subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri (ISTAT).

Uno dei drammi più grandi è il fatto che in Italia il 93% delle donne che subiscono una violenza, spesso domestica, non denunciano l’accaduto. E questo è un trend che si ritrova in molti altri paesi nel mondo (in alcuni dei quali è assolutamente impensabile denunciare il proprio marito/familiare per una violenza subita).

Fare una lista esaustiva delle violenze fisiche e psicologiche che le donne subiscono, in quanto donne, è quasi impossibile: stupri, infibulazione, loto d’oro cinese, aborti di genere, stiramento del seno, spose bambine, visi sfigurati dall’acido…e si potrebbe andare avanti ancora per molto.

Il problema della violenza contro le donne accomuna tutti i paesi del mondo. In alcuni è meno accentuato, in altri è estremamente forte, ma è comunque parte della realtà di tutti i popoli. Perciò il primo passo che i governi dovrebbero fare è quello di garantire alle donne accesso ai tribunali, che includa anche il diritto alla rappresentanza legale. Ma questo non basta, il vero problema è alla radice della società, in cui c’è la convinzione sociale, in alcuni paesi manifesta e in altri latente, che la donna sia davvero inferiore e che quindi una violenza, anche grave… in fondo tanto grave non è! Dobbiamo concentrarci sull’educazione nelle scuole e spiegare ai bambini, fin da piccoli, che l’uguaglianza di genere non deve essere solo una serie di belle parole messe insieme, ma un impegno concreto. Bisogna inoltre puntare ad un accesso universale delle bambine all’istruzione, che in molti paesi non è assolutamente contemplato (qui, un po’ di cifre). Sono già molte le organizzazioni e fondazioni in giro per il mondo che si occupano di  dare incentivi economici alle famiglie meno abbienti, affinché mandino le proprie bambine a scuola. Questo riduce il rischio che diventino spose-bambine e che restino incinta prematuramente, che rappresenta una delle cause di morte più frequenti nei paesi in cui è diffuso il matrimonio infantile: una bambina che partorisce prima dei quindici anni di vita ha cinque volte più probabilità di morire durante il parto o la gravidanza, di una donna che partorisce a vent’anni. Soprattutto, garantire accesso all’istruzione alle bambine aumenta le possibilità che queste riescano a trovare lavoro ed emanciparsi, dando vita ad un circolo virtuoso.

Non siamo tutti parte di un governo, un’organizzazione internazionale, o una fondazione, i nostri poteri sono forse più limitati, ma abbiamo tutti un ruolo fondamentale in questo processo. Dunque, facciamo rumore! Questo, secondo me, è il contributo che tutti possiamo dare nel nostro piccolo. Facciamo rumore ogni volta che assistiamo ad una violenza contro una donna. Non permettiamo che continui ad essere percepita come una cosa “normale”. Parliamone, discutiamone e indigniamoci, ma soprattutto, facciamo si’ che anche i nostri figli si indignino.

(Approfitto per caricare alcune delle foto di un bellissimo progetto organizzato dal mio ex ufficio delle Nazioni Unite di Bruxelles).

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