Venerdì sera a Parigi

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Place de la Republique, sabato

Sono appena rientrata da questo weekend surreale a Parigi. Sono disorientata e mi sto rendendo conto solo ora di quello che è successo.

Parigi è una città che amo molto, da quando ero piccola, ma soprattutto da quando ho studiato lì per il mio master. Con un gruppo di amiche abbiamo deciso di celebrare quattro anni dalla fine di quel periodo e di ritrovarci proprio a Parigi, venerdì sera.

Al mio arrivo, venerdì, come sempre prendo la RER B verso Gare du Nord. Stranamente la RER attraversa Les Halles, senza fermarsi. All’altoparlante non ci dicono come mai. Vedo la stazione vuota e alcuni poliziotti armati, ma non penso a nulla di grave. Sono circa le 21.30. Scendo a Strasbourg Saint Denis (la fermata sarà chiusa per sicurezza, una ventina di minuti dopo), nel X arrondissement, e all’uscita noto qualcosa di strano, ma nulla che mi possa far pensare alla tragedia in corso. C’è polizia, ma soprattutto vigili del fuoco, e immediatamente penso ad un incendio. Quindi procedo tranquilla a zonzo per la zona cercando del sushi, mentre aspetto le mie amiche. Sono circa le 21.45 e sono a 800 metri dalla sparatoria al ristorante Le Petit Cambodge. Ad un certo punto, le sirene aumentano, inizio a ricevere messaggi “dove sei? Ci sono sparatorie al X e XI arrondissement”. Accelero il passo e arrivo a destinazione. Chiudo la porta e accendo la tv. Solo lì capisco di essere passata in mezzo all’inferno senza nemmeno rendermene conto. Ancora si sa poco, è successo tutto da pochi minuti, e al Bataclan l’attentato è ancora in corso. I tg parlano di una ventina di morti, nessuno immagina che questa cifra non è nemmeno vicina alle 130 vittime e 350 feriti, e dicono di restare assolutamente chiusi dentro se si è in una delle zone colpite. Nel frattempo le sirene fuori aumentano e per tutta la notte sentiremo il caos.

Il giorno dopo, tutto sembra stranamente normale. Ho visto girare foto su internet di una Parigi deserta e posso assicurare che sono dei falsi. Parigi sabato era piena di gente, in tutti i quartieri. In alcuni, lontani dall’attentato, come Saint Germain, l’atmosfera era davvero tranquilla, come se non fosse successo nulla. A Place de la Republique e nei luoghi degli attentati nel X e XI arrondissement, fiori e candele ovunque, tantissima gente che piangeva, portava rispetto, o semplicemente passava per curiosità.

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Davanti al Bataclan

Devo dire che ancora non mi rendevo conto dell’accaduto, e credo che nemmeno molti parigini se ne rendessero conto. Soprattutto, non mi rendevo conto della tensione fortissima e del panico latente che c’erano per la città e che lei, forte e fiera, nascondeva. Mi sono accorta di quanto stress io stessa avessi in corpo solo ieri durante l’allarme attentato. Alle 18 ero in giro con le mie amiche per il Marais, il quartiere ebraico dove abbiamo passato i momenti più belli del nostro periodo parigino, quando ad un certo punto abbiamo visto una folla correre nella nostra direzione, pallida e terrorizzata. Abbiamo provato a chiedere cosa stesse succedendo, ma nulla. Tutti correvano all’impazzata senza dire nulla. Gente che si nascondeva nei parcheggi sotterranei o che si infilava in viuzze laterali. Non sapendo cosa fare ci siamo messe a correre anche noi, senza meta, pensando solo: “non sta succedendo davvero”. Corriamo verso Rue de Rivoli, verso l’Hôtel de Ville, e vediamo un’altra folla correre nella direzione opposta urlando: “non andate da quella parte, c’è una sparatoria, è tutto bloccato”. Panico. Allora tutti decidiamo di attraversare la Senna e raggiungere la Rive Gauche. Nel frattempo di nuovo sirene ovunque, camionette della polizia ed elicotteri. Il panico totale. Ci arrivano sms dall’Italia “allarme bomba a Notre Dame”, “allarme bomba nella metro 1”, “evacuata Place de la Republique”, “spari nel Marais”, etc. Finalmente ci allontianiamo, ci barrichiamo in un bar, i camerieri preoccupati iniziano a fare chiamate e alla fine si scopre che era un falso allarme. Ecco, quel panico, creato dal nulla (apparentemente un cretino ha acceso dei petardi nel Marais e qualcuno ha dimenticato una valigia nella metro), quel panico immotivato è stato quello che mi ha riportato alla realtà.

Com’è facile portare un paese all’isteria. Perché è questo il potere del terrorismo, farci impazzire. Farci credere che in ogni angolo ci sia un pericolo. Correndo per Parigi, noi e qualche centinaio di persone, vedevamo cecchini nascosti dietro ogni angolo. Vedevamo bombe esploderci davanti. E alla fine, erano petardi. Questa follia è ciò che dobbiamo sconfiggere. Mi rendo conto di essere stata la prima persona ad andare nel panico totale, a vedere il pericolo dove non c’era. Questo è quello che vogliono: farci impazzire dalla paura. Ma noi dobbiamo reagire, non farci prendere dal panico. Non dobbiamo rinunciare ad un viaggio, un concerto, una serata fuori per via di un fantasma, ipocrita, che non è nemmeno capace di combattere ad armi pari.

Venerdì ci hanno ferito, ma il terrorismo, il fondamentalismo, non deve sopraffarci. Soprattutto, cerchiamo di analizzare le cose con razionalità, senza populismi e demagogia. Io capisco la tentazione, di fronte alla paura, di sentirci tutti islamisti, geopolitici e strateghi, ma credo che le cose siano più complesse di quello sembrano. Io stessa sono stata tentata di scrivere la mia personale teoria sui motivi dell’attentato, dopo tanto che seguo le questioni in Medio Oriente, ma ho deciso di non farlo. Sarebbe solo un’opinione in più, inutile, quindi mi astengo.

Cerchiamo di non alimentare il panico. Non buttiamoci in congetture e teorie di cui non sappiamo nulla. Sto leggendo articoli e commenti che mi fanno venire i brividi, senza alcun fondamento storico o scientifico, solo un mucchio di frasi fatte. Capisco che ognuno voglia contribuire, ma aggiungere odio all’odio non serve a nulla. No, i musulmani non sono tutti terroristi e mi si stringe il cuore a vedere gli status di facebook dei miei amici e colleghi giordani e palestinesi, che mi hanno accolto come una figlia, e che scrivono, come se dovessero giustificarsi, “not in my name” e mi tornano in mente le lacrime del padre del soldato giordano, bruciato vivo dall’isis qualche mese fa, che grida “non capisco perché lo facciano, mio figlio è un bravo musulmano, prega cinque volte al giorno”. Non facciamo di tutta l’erba un fascio, stiamo attenti con le parole, perché le parole sono davvero importanti. Soprattutto cerchiamo di non farci prendere dal gusto dell’orrido. In questo weekend, ho ricevuto circa un centinaio di messaggi dovuti ad un articolo uscito su un giornale regionale, (francamente non del tutto consenziente, perché le informazioni che ho dato credevo servissero solo a chiarire la situazione e non ho mai pensato ne uscisse un articolo con tanto di nome e foto), ad ogni modo, ho ricevuto messaggi e richieste di amicizia su FB di gente che mi scriveva “come stai? sei a Parigi? cosa hai visto? quanti morti?”, gente di cui non ho mai sentito parlare e che trovava nel fatto che io fossi lì un pretesto per sentirsi più vicina “all’orrido” e non per essere solidale. Ho avuto un senso di disgusto. E molti degli articoli e commenti che sto leggendo da sabato mi fanno lo stesso effetto.

Quello che è successo è tremendo, un atto di inciviltà, di un gruppo di esaltati, codardi, che non ha altra arma che il terrore e che vuole spargerlo in tutto il mondo, per regnare indisturbati. Da Beirut a Garissa, passando per Parigi e per tutti noi.

Non permettiamoglielo, restiamo forti. Usciamo, balliamo e sorridiamo. Se ci feriscono, piangiamo per il dolore e preghiamo per le nostre perdite, ma non diamogli la possibilità di ucciderci dentro.

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(Foto scattata dalla mia amica Tay)
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(Foto scattata dalla mia amica Tay)

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Davanti al Bataclan

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