Malgrado Belgrado

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Camminare per Belgrado di sicuro non lascia indifferenti. Attraversarla significa passare continuamente da un sentimento di Jugonostalgija, malinconico e affascinante, ad uno freddo e brutto, che non saprei definire, una sorta di nazionalismo superficiale e fastidioso. 

Bella e imponente, Beograd è un alternarsi di bar moderni, edifici all’avanguardia, massicce costruzioni del periodo comunista, piccoli locali di musica gitana, caffè e osterie con foto di Tito e stelle rosse su tutti i muri, a 360 gradi. Il suo non volersi staccare dal passato, non voler ammettere il decesso della potenza e dell’impero di Tito, col suo cuore pulsante a Belgrado, è un sentimento che mi affascina da morire. E’ la stessa sensazione che provavo viaggiando per la Georgia e trovando di continuo, soprattutto nelle campagne, anziani signori ai tavolini a ricordare i bei vecchi tempi dell’Unione Sovietica e a cambiare l’acqua ai fiori di statue e stutuine col faccione di Stalin. Questa sentimento, con le dovute differenze del caso, l’ho trovato molto forte anche in Serbia, e per estensione, anche nella Republika Srpska in Bosnia, ad esempio a Višegrad dove l’aura di Ivo Andrić domina sulla città e sul bellissimo Ponte sulla Drina.

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Višegrad e il ponte sulla Drina

Questi elementi, dal fascino controverso a cui è impossibile sfuggire, sono alternati a continui simboli di nazionalismo moderno che mi hanno messo di cattivo umore, detto francamente. Ci sono -ovunque- negozietti e bancarelle che vendono magliette con la faccia Putin sorridente e con gli occhiali da sole (Putin è onnipresente in Serbia, è una vera super star), con su scritto “la Crimea è Russia e il Kosovo è Serbia”. Le strade sono piene di murales (esteticamente anche belli, devo ammettere), con la stessa tarantella di Kosovo e Crimea e di una Serbia veramente sfacciata. Insomma, si ha la sensazione che quel nazionalismo che tanto ha creato problemi in passato, faccia fatica a lasciar posto alla modernità.

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“Crimea è Russia”
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“Serbia”

Belgrado è un misto di questo: nostalgia del passato jugoslavo -di cui spesso la componente panslavista, “la Grande Serbia” di Karadzic per intenderci, prende il sopravvento- che, seppur controverso, è immensamente affascinante, e un sentimento nazionalista odierno, un po’ di cattivo gusto.

Per fortuna, per ridarmi il buon umore è bastato arrivare a Kalemegdan, la fortezza di Belgrado nella parte alta della città vecchia, da cui si vede la confluenza dei fiumi Sava e Danubio, di fronte alla Grande Isola della Guerra. Li’, col sole e la bellissima vista sui fiumi, non si può che ammettere il fascino di questa città che trasuda storia, misticismo e sangue di un milione di popoli.

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La confluenza dei fiumi Sava e Danubio a Kalemegdan

A livello naturalistico, la Serbia soprattutto quella dei parchi naturali e delle montagne non ha nulla da invidiare ai suoi vicini. Io ho avuto modo di attraversarla in macchina e alcuni dei paesaggi sono straordinari, quasi fiabeschi.
Infatti, se Belgrado mi ha suscitato questa schizofrenia di sentimenti, i giorni che ho passato a sud, in un posto speciale tra le montagne chiamato Mokra Gora, mi hanno dato solo una grande gioia. Li’, tra raccolti e contadini, mi sembrava davvero di cogliere l’essenza di questo paese dalla gente forte e autentica. Niente a che vedere con il caldo soffocante, macchine, caos (e facce di Putin) di Belgrado. A Mokra Gora, fresco verde paesello sulle montagne di Zlatibor, la gente è semplice e sorride. Ti parla con tutta la naturalezza del mondo, come se comprendessi la loro lingua. Io e Filippo abbiamo soggiornato in una ex stazione dei treni, nel pezzo di ferrovia che avrebbe collegato (almeno nel progetto iniziale degli anni ’20) Užice a Vardište, in Bosnia.

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Mokra Gora, l’ex stazione ferroviaria in cui abbiamo alloggiato

Oggi la ferrovia è in disuso, tranne per un piccolo pezzetto che si può ancora percorrere con un trenino d’epoca in legno. Le campagne circostanti sono semplici, autentiche e la gente è davvero gioviale.

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Campagne attorno a Mokra Gora

La chicca del posto, e anche il motivo principale per cui abbiamo deciso di farci tappa, è la cittadella di Drvengrad, costruita dal regista Emir Kusturica, che adoro, per girare il suo film “La vita è un miracolo”.

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Drvengrad

Però, vi prego, mettete via le magliette di Putin.

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