Malgrado Belgrado

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Un mio caro amico ieri mi ha fatto giustamente notare che forse ho un giudizio un po’ duro nei confronti della Serbia. Allora oggi mi sono chiesta come mai. Credo che spesso il mio giudizio sia viziato dalle emozioni. Un po’ per la questione del Kosovo, inevitabilmente, un po’ perché sono perdutamente innamorata della Bosnia e perciò spesso identifico la Serbia, inconsciamente, con la Belgrado prepotente e terribile degli anni ’90 e allora i sentimenti prendono il posto della ragione e vedo tutto dello stesso colore: nero.

Però sbaglio, perché la Serbia non è di un solo colore e di certo quel colore non è il nero. La Serbia è un’esplosione di colori (spesso accompagnati da un’allegra colonna sonora di ottoni e ritmi balcanici). Soprattutto sbaglio perché non applico lo stesso metro di giudizio ad altri paesi. Quando penso alla Germania non la identifico con Hitler, come non identifico la Cambogia con Pol Pot o la Romania con Ceaușescu e quindi quando penso alla Serbia non dovrebbero venirmi in mente solo la sua politica estera prepotente, le atrocità di Milosevic, ma le tante cose belle che ha da offrire.

Ad ogni modo, queste considerazioni mi hanno dato motivo di riflessione e mi sono messa a ripensare al mio recente viaggio in Serbia, in cui ho provato dei sentimenti forti e contrastanti, soprattutto per quanto riguarda Belgrado.

Camminare per Belgrado di sicuro non lascia indifferenti. Attraversarla significa passare continuamente da un sentimento di Jugonostalgija, malinconico e affascinante, ad uno freddo e brutto, che non saprei definire, una sorta di nazionalismo superficiale e fastidioso.

Bella e imponente, Beograd è un alternarsi di bar moderni, edifici all’avanguardia, massicce costruzioni del periodo comunista, piccoli locali di musica gitana, caffè e osterie con foto di Tito e stelle rosse su tutti i muri, a 360 gradi. Il suo non volersi staccare dal passato, non voler ammettere il decesso della potenza e dell’impero di Tito, col suo cuore pulsante a Belgrado, è un sentimento che mi affascina da morire. E’ la stessa sensazione che provavo viaggiando per la Georgia e trovando di continuo, soprattutto nelle campagne, anziani signori ai tavolini a ricordare i bei vecchi tempi dell’Unione Sovietica e a cambiare l’acqua ai fiori di statue e stutuine col faccione di Stalin. Questa sentimento, con le dovute differenze del caso, l’ho trovato molto forte anche in Serbia, e per estensione, anche nella Republika Srpska in Bosnia, ad esempio a Višegrad dove l’aura di Ivo Andrić domina sulla città e sul bellissimo Ponte sulla Drina.

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Višegrad e il ponte sulla Drina

Questi elementi, dal fascino controverso a cui è impossibile sfuggire, sono alternati a continui simboli di nazionalismo moderno che mi hanno messo di cattivo umore, detto francamente. Ci sono -ovunque- negozietti e bancarelle che vendono magliette con la faccia Putin sorridente e con gli occhiali da sole (Putin è onnipresente in Serbia, è una vera super star), con su scritto “la Crimea è Russia e il Kosovo è Serbia” (che poi chi diavolo se le compra queste magliette piene di idiozie, che peraltro sono pure brutte?!). Le strade sono piene di murales (esteticamente anche belli, devo ammettere), con la stessa tarantella di Kosovo e Crimea e di una Serbia veramente sfacciata. Insomma, si ha la sensazione che quel nazionalismo serbo che tanto ha creato problemi in passato, pur essendosi scontrato con la realtà più volte nella storia, faccia fatica a lasciar posto alla modernità.

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“Crimea è Russia”
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“Serbia”

Belgrado è un misto di questo: nostalgia del passato jugoslavo -di cui spesso la componente panslavista, “la Grande Serbia” di Karadzic per intenderci, prende il sopravvento- che, seppur controverso, è immensamente affascinante, e un sentimento nazionalista odierno, un po’ di cattivo gusto.

Per fortuna, per ridarmi il buon umore è bastato arrivare a Kalemegdan, la fortezza di Belgrado nella parte alta della città vecchia, da cui si vede la confluenza dei fiumi Sava e Danubio, di fronte alla Grande Isola della Guerra. Li’, col sole e la bellissima vista sui fiumi, non si può che ammettere il fascino di questa città che trasuda storia, misticismo e sangue di un milione di popoli.

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La confluenza dei fiumi Sava e Danubio a Kalemegdan

A livello naturalistico, la Serbia soprattutto quella dei parchi naturali e delle montagne non ha nulla da invidiare ai suoi vicini. Io ho avuto modo di attraversarla in macchina e alcuni dei paesaggi sono straordinari, quasi fiabeschi.
Infatti, se Belgrado mi ha suscitato questa schizofrenia di sentimenti, i giorni che ho passato a sud, in un posto speciale tra le montagne chiamato Mokra Gora, mi hanno dato solo una grande gioia. Li’, tra raccolti e contadini, mi sembrava davvero di cogliere l’essenza di questo paese dalla gente forte e autentica. Niente a che vedere con il caldo soffocante, macchine, caos (e facce di Putin) di Belgrado. A Mokra Gora, fresco verde paesello sulle montagne di Zlatibor, la gente è semplice e sorride. Ti parla con tutta la naturalezza del mondo, come se comprendessi la loro lingua. Io e Filippo abbiamo soggiornato in una ex stazione dei treni, nel pezzo di ferrovia che avrebbe collegato (almeno nel progetto iniziale degli anni ’20) Užice a Vardište, in Bosnia.

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Mokra Gora, l’ex stazione ferroviaria in cui abbiamo alloggiato

Oggi la ferrovia è in disuso, tranne per un piccolo pezzetto che si può ancora percorrere con un trenino d’epoca in legno. Le campagne circostanti sono semplici, autentiche e la gente è davvero gioviale.

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Campagne attorno a Mokra Gora

La chicca del posto, e anche il motivo principale per cui abbiamo deciso di farci tappa, è la cittadella di Drvengrad, costruita dal regista Emir Kusturica, che adoro, per girare il suo film “La vita è un miracolo”.

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Drvengrad

Sentimenti a parte, la Serbia sta facendo i suoi sforzi e questo non glielo si può negare. I cittadini serbi, soprattutto i giovani, hanno forti aspirazioni europee. Pur essendo storicamente legata alla Russia, la Serbia ha dimostrato di voler genuinamente entrare a far parte dell’Unione Europea. E questa potrebbe anche essere un’opportunità per noi per costruire un ponte con Mosca e distendere i rapporti. La Serbia è Europa e la storia della Serbia è la storia d’Europa, e questo è innegabile.

L’accordo di stabilizzazione e associazione della Serbia con l’Unione Europea è entrato in vigore nel 2013 (dopo cinque anni dalla sua firma, per questioni irrisolte con la Lituania) e i negoziati per l’adesione sono ufficialmente iniziati nel gennaio 2014. Belgrado si è dimostrata molto volenterosa a lavorare su tutti i capitoli, anche i più ostici, delle trattative. Molti compromessi sono stati fatti per arrivare a questo punto e l’avvio dei negoziati d’adesione ne è la ricompensa. Belgrado ha mostrato molto impegno nel dialogo bilaterale con il Kosovo e nell’adempimento di tutte le altre condizioni, inclusa la piena cooperazione con il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (tra cui l’estradizione di Ratko Mladić, che dal 2011 si trova all’Aia, dopo sedici anni di latitanza, con accuse di genocidio, crimini contro l’umanità, violazione delle leggi di guerra per l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica).

La strada tuttavia è ancora lunga. Il governo serbo ha annunciato la volontà di entrare a far parte dell’UE entro il 2020 ma francamente io sono molto scettica che in così poco tempo Belgrado riesca a conformare i propri ordinamenti all’acquis comunitario. I capitoli su giustizia, diritti, ambiente, agricoltura e controlli finanziari sono i più impegnativi e credo serviranno ancora diversi anni per portarli tutti a termine.

Sarà necessario introdurre riforme profonde del sistema giudiziario e di protezione dei diritti umani (fino al 2013, sono state presentate 11.500 denunce contro la Serbia alla Corte europea per i diritti umani a Strasburgo, sollevate dai cittadini insoddisfatti dalla giustizia serba, che ne fanno il primo paese in Europa per il numero delle denunce rispetto al numero dei cittadini), inclusa una significativa protezione della libertà d’espressione delle minoranze e un impegno concreto contro i casi di intimidazione dei giornalisti.

I negoziati d’adesione della Serbia e la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo procedono in parallelo e si rafforzano a vicenda. Dunque, Belgrado dovrà continuare sulla strada del dialogo e mettere da parte l’orgoglio, come ha già dimostrato di saper fare (un po’ meno ultimamente) e in Europa sarà la benvenuta.

Però, vi prego, mettete via le magliette di Putin.

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