Orgoglio e timbri, riflessioni sul Kosovo

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Nella bellissima città di Prizren

Una notizia di questi giorni che mi ha dato uno spunto di riflessione, anche per motivi affettivi, è quella del voto per l’adesione del Kosovo all’UNESCO.

Prima di quest’estate, in cui ho passato due bellissime settimane all’università nel piccolo paese balcanico più giovane d’Europa, molto probabilmente avrei ignorato questa notizia e sarebbe stato un peccato. Il Kosovo merita tutta la nostra attenzione. I Balcani sono i nostri parenti più vicini, abbiamo condiviso pezzi fondamentali di storia e spesso invece li sentiamo lontani ed estranei.

Ad ogni modo, come era prevedibile, la Serbia ha combattuto a spada tratta per far si’ che il voto all’UNESCO non andasse a buon fine. Nonostante la candidatura del piccolo cuore balcanico di etnia albanese (promossa dall’Albania, perché il Kosovo non è membro delle Nazioni Unite) sembrasse avere la meglio (leggevo recentemente commenti di amici a Pristina che davano la vittoria praticamente per scontata da giorni), alla fine la Serbia ha avuto la meglio: 92 voti favorevoli contro 50 contrari e 29 astensioni (le regole per l’accesso di un nuovo membro all’UNESCO richiedono due terzi dei voti favorevoli). Nei giorni precedenti, il patriarca della Chiesa ortodossa in Serbia aveva addirittura minacciato l’uso della forza se il Kosovo fosse stato riconosciuto all’UNESCO! Che poi i beni che si trovano in Kosovo, molti di eredità ortodossa, sarebbero decisamente più tutelati se l’UNESCO se ne facesse carico, ma a parte ciò, in generale, mi è dispiaciuto per questo risultato.

Immagino la tristezza nelle strade della piccola capitale, in cui i kosovari –un popolo estremamente allegro, festoso (ma soprattutto passionale, “caciarone”, un po’ come noi)- aspettavano di festeggiare una delle poche soddisfazioni per il loro paese (pubblicizzavano questo sito a destra e sinistra, in attesa del voto) e invece, per l’ennesima volta, si sono visti negare questa gioia.

In Kosovo, francamente, non c’è -quasi- niente. Non attira investimenti esteri per mancanza di risorse. E’ uno dei paesi più poveri d’Europa, che per il momento vive di aiuti internazionali. Eppure è un luogo estremamente forte. I giovani hanno una carica immensa e una gran voglia di vivere. Voglia che tutti riconoscano che questo paesino, piccolo e innocuo, è semplicemente la loro casa (non entro nel merito della questione del riconoscimento, su cui il mio paese ha già espresso la sua opinione).

Da quando si è dichiarato indipendente, nel 2008, il Kosovo è stato riconosciuto da 114 paesi delle Nazioni Unite (tra cui, appunto, l’Italia). Il discorso pronunciato dal neo-premier, alla vigilia della dichiarazione d’indipendenza, parla di una Repubblica democratica, secolare e multietnica, guidata da principi di non discriminazione e uguale protezione da parte della Legge. Addirittura in Kosovo i matrimoni omosessuali sono -de jure- legali, una meta che in molti paesi d’Europa è lungi dall’essere raggiunta (a onestà del vero poi non credo ci siano ancora stati dei matrimoni, perché culturalmente, seppur molto più aperto rispetto ad altri paesi a maggioranza musulmana, è comunque un paese conservatore).

Ad ogni modo, la maggioranza dei paesi della comunità internazionale riconosce il Kosovo ed è già un buon risultato, ma la strada è ancora lunga e insidiosa. Eppure i kosovari non si danno per vinti. Sono pieni di speranze, sono umili e riconoscono i propri errori (i giovani sono molto critici verso i problemi che affliggono il paese, soprattutto quello della corruzione) e guardano sempre al futuro in maniera positiva. E pensare che la guerra in Kosovo è così recente che ancora si possono vedere edifici crivellati di colpi in varie parti del paese. Il numero dei morti e degli scomparsi non è ancora definitivo, ma secondo il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, la cifra si aggirerebbe attorno agli 11.000 albanesi e 2.000 serbi. DSC_0124DSC_0123

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Alcuni dei “desaparecidos” della guerra in Kosovo (si stima siano circa 1700)

Per non parlare della tensione che ancora si taglia col coltello in varie aree, soprattutto a maggioranza serba. Un giorno sono stata a Mitrovica, nel nord del paese. La città, che è stata teatro di scontri anche recentemente, è letteralmente divisa a metà. C’è una parte serba e una albanese e le forze KFOR della NATO (tra cui carabinieri italiani) sono ancora sul territorio per controllare la situazione ed evitare che ci sia di nuovo un’escalation di violenza.

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Il dialogo tra i due paesi è in una fase molto delicata e la questione dell’accesso all’UNESCO potrebbe minare i progressi fatti fino ad ora. La Serbia ha fatto domanda di adesione all’Unione Europea già da qualche tempo (risultato che forse non raggiungerà mai, viste le immense procedure e i requisiti a cui fa fatica a rispondere), e la questione Kosovo è in cima alla lista delle priorità dell’UE ed è conditio sine qua non anche solo per pensare di diventare stato membro. Dunque la Serbia ha tutto l’interesse a trovare una soluzione, ma l’orgoglio è il primo ostacolo sulla via del successo.

Se si sente parlare la gente comune, sia da un lato che dall’altro, sembra del tutto estranea a queste manovre governative, a questo conflitto senza armi che oggi continua a complicare la vita di chi vive o visita la zona. La situazione per certi aspetti è tragicomica, soprattutto per quanto riguarda visti e timbri. Se si arriva in Kosovo in aereo, non si può andare in Serbia. Se si arriva dalla Serbia in Kosovo, ma poi si vuole andare in Macedonia o Albania, poi non si può rientrare in Kosovo, e nemmeno in Serbia. Se si è arrivati direttamente a Pristina in aereo e dopo il Kosovo si vuole andare in Serbia (ovviamente utilizzando un altro paese da tramite), bisogna nascondere che si è stati in Kosovo. Insomma, il timbro “Republic of Kosovo” sul passaporto crea ancora problemi nella zona e mentre pianificavo il viaggio, una volta finito il corso all’università, mi tornavano in mente scene de “la sposa siriana” di Eran Riklis.

Sono arrivata direttamente all’aeroporto di Pristina e la signorotta che mi ha accolto con mille sorrisi (i kosovari adorano gli stranieri) ci è rimasta un po’ male quando le ho detto che avrei preferito avere il timbro su un foglietto separato, così poi, dopo essere passata per Albania, Montenegro e Bosnia non avrei avuto problemi all’ingresso in Serbia. I suoi occhi sembravano dirmi “ma come? Non lo vuoi il timbro sul passaporto, per ricordo, che dice Republic of Kosovo?”. Mi ha fatto tenerezza. Ad ogni modo, mi ha sorriso e mi ha timbrato un foglietto separato, mi ha consigliato assolutamente di non perderlo, perché poi al confine albanese l’avrebbero ritirato. Non saprà mai che quando, due settimane dopo, ho preso il minibus da Pristina a Tirana (insieme ad un gruppo di anziani gitani canterini, tra cui una florida signora tutta dorata che voleva sposassi suo figlio, e ad una ragazza albanese speciale, che mi ha fatto da traduttrice e che due giorni dopo mi ha portato a Scutari per la migliore mangiata di pesce della stagione… ma questa è un’altra storia), al confine l’autista ha urlato da lontano al poliziotto albanese “tranquillo, sono tutti locali!” e nessuno mi ha controllato il passaporto, né a me, né agli altri sul minibus. Quindi, il foglietto con scritto Republic of Kosovo lo conservo ancora con me, nel passaporto.

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Nella bellissima città di Prizren
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Mitrovica
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“Kosovo è Serbia”, Mitrovica
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Mitrovica
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All’università

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4 thoughts on “Orgoglio e timbri, riflessioni sul Kosovo

  1. Ciao Alessandra! Ho scoperto da poco il tuo blog, ti seguo volentieri! Mi piacerebbe che raccontassi qualcosa in più sulla tua esperienza in Albania, il paese in cui sono nata.
    Un saluto, Flavia

    Mi piace

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